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Demografia: entro il 2050 quasi 3 milioni di persone attive in meno

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Nei prossimi venticinque anni il mercato del lavoro italiano dovrà confrontarsi con una trasformazione demografica di portata radicale. Secondo le nuove proiezioni diffuse da ISTAT, l’Italia perderà quasi 7 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni, con conseguenze dirette sulla dimensione della forza lavoro e sulla struttura dell’occupazione.

Nella stessa fascia d’età, la forza lavoro passerebbe dagli attuali 24,8 milioni a 21,4 milioni, con una riduzione di circa 3,4 milioni di persone. Il calo sarebbe inferiore rispetto a quello della popolazione in età lavorativa grazie all’aumento previsto dei tassi di attività, soprattutto femminili, che consentirebbe di attenuare una parte significativa dell’impatto demografico.

Parallelamente, gli inattivi tra i 15 e i 64 anni diminuirebbero da 12,4 a 8,8 milioni, circa 3,6 milioni in meno. Una riduzione importante, che mostra quanto l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro sarà decisivo per contenere gli effetti della contrazione della popolazione.

Il progressivo invecchiamento della forza lavoro emerge ancora più chiaramente allargando l’analisi fino ai 74 anni. ISTAT ipotizza che il tasso di attività dei 65-74enni possa passare dall’11,8% al 16,5%, portando il numero degli attivi in questa fascia da 817mila a circa 1,2 milioni. Il maggiore contributo delle età più mature compenserebbe così per circa 419mila persone la riduzione della forza lavoro nelle altre fasce d’età.

Anche nello scenario più favorevole, caratterizzato quindi da una maggiore partecipazione al mercato del lavoro e da una presenza crescente degli over 65, l’Italia perderebbe comunque circa 2,9 milioni di persone attive nei prossimi venticinque anni.

«Questi numeri danno la misura della trasformazione che ci attende, e danno per scontato che avremo un esercito di lavoratori over 65 e una età pensionabile molto più elevata», commenta Francesco Seghezzi, Presidente di ADAPT. «Venticinque anni sono un tempo molto breve quando si parla di ripensare radicalmente le politiche del lavoro e i modelli organizzativi per rendere il lavoro sostenibile. Anche ipotizzando una crescita dell’occupazione, una maggiore partecipazione femminile e una quota sempre più elevata di over 65 al lavoro, avremo comunque quasi 3 milioni di persone attive in meno. Non siamo di fronte a una normale oscillazione del mercato del lavoro, ma a uno dei cambiamenti più profondi che il nostro sistema produttivo abbia mai affrontato».

In questo scenario si inserisce anche la trasformazione tecnologica. L’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare uno degli strumenti attraverso cui affrontare una crescente scarsità di forza lavoro, intervenendo sull’organizzazione dei processi e sulla produttività. Allo stesso tempo, la portata delle sue conseguenze sul lavoro resta ancora in larga parte da comprendere.

«Abbiamo a disposizione uno strumento, l’intelligenza artificiale, che sulla carta potrebbe aiutarci ad affrontare questa trasformazione», conclude Seghezzi. «Ma non stiamo ancora immaginando fino in fondo le conseguenze del suo utilizzo. Demografia, partecipazione, produttività, organizzazione del lavoro e innovazione tecnologica non possono più essere affrontate come questioni separate: è su questo intreccio che si giocherà una parte decisiva del futuro del lavoro in Italia».