Il Generative Business Award di Giornale delle PMI e NeXt Economia è stato conferito a Conapi, riconoscendo un modello cooperativo che tiene insieme biodiversità, lavoro e comunità. Alla prima edizione del premio, il confronto con il presidente e i rappresentanti della cooperativa ha intrecciato le ragioni del riconoscimento con una storia cominciata nel 1979. Al centro, una domanda che riguarda anche altre imprese: come trasformare il valore prodotto al proprio interno in benessere condiviso.
Il valore che supera il vasetto
Una parte del valore prodotto da un’impresa non si trova dentro ciò che vende. Rimane nei luoghi, nelle relazioni, nelle possibilità di lavoro che contribuisce a mantenere. Per raccontarlo, nell’incontro dedicato a Conapi è stata scelta l’immagine dell’ape: mentre raccoglie quanto serve alla colonia, impollina e contribuisce alla vita del territorio. Il miele arriva nel vasetto; gli effetti di quel lavoro continuano fuori, stagione dopo stagione.
È da questa immagine che ha preso forma il racconto della consegna a Conapi del Generative Business Award, promosso da Giornale delle PMI e NeXt Economia. Nell’incontro registrato lunedì 19 ottobre 2026, il presidente della cooperativa, affiancato da alcuni colleghi, ha accolto i rappresentanti dei promotori per ascoltare le ragioni del riconoscimento e i criteri adottati dal comitato. L’appuntamento, con un piccolo buffet di saluto annunciato in apertura, ha lasciato spazio tanto alla presentazione del premio quanto alla risposta della realtà premiata. Prima ancora della consegna, la richiesta rivolta agli ospiti era stata proprio questa: capire come fosse nato il percorso e quali caratteristiche avessero portato alla scelta.
Una rete riconosciuta per ciò che genera
La motivazione ha individuato nella cooperazione il punto in cui tutela ambientale, relazioni e attività economica si incontrano. Non una somma di iniziative separate, ma un modo di organizzare l’impresa: la biodiversità come generatività ambientale, la comunità come relazione con l’esterno, il lavoro come attenzione alle persone che ne fanno parte. Il comitato ha premiato, secondo il testo letto alla consegna, «un modello di business fondato nell’approccio di rete all’attività imprenditoriale». Il consorzio è stato così presentato come una realtà capace di orientare la propria libertà d’impresa verso un interesse anche sociale e ambientale.
Nel racconto dei promotori, gli oltre seicento apicoltori sono diventati la misura concreta di questa scelta. Un singolo produttore difficilmente potrebbe governare da solo una filiera complessa; insieme, i soci riescono a sostenerla e a portarla sul mercato. La qualità delle relazioni umane e la cura del territorio sono state indicate come parti dell’attività economica, non come elementi aggiunti in un secondo momento. È questo intreccio, più che un singolo risultato, ad avere dato significato al riconoscimento.
Il premio è arrivato alla sua prima edizione, ma il presidente ha spostato subito l’attenzione dal primato alla ragione della scelta: «Non la vedo come una competizione». Nelle sue parole, la soddisfazione riguardava il fatto che fossero stati apprezzati insieme il settore dell’apicoltura e la modalità cooperativa. Il riconoscimento riguardava dunque anche il lavoro dei soci, distribuiti nei territori.
Quattro tempi per pensare un’impresa diversa
Per spiegare che cosa renda generativa un’organizzazione, la presentazione ha seguito quattro passaggi: desiderare, mettere al mondo, prendersi cura, lasciare andare. Il primo riguarda la capacità di immaginare e scegliere un fine; il secondo il suo diventare attività concreta. La cura tiene insieme ciò che accade dentro l’organizzazione e ciò che essa produce all’esterno. Lasciare andare significa invece attivare processi che non restino interamente dipendenti da chi li ha avviati.
In questa prospettiva, al centro non c’è un imprenditore solo al comando, ma un sistema di relazioni. L’impresa vive attraverso lavoratori, clienti e fornitori, e nello stesso tempo lascia un segno nella comunità che la ospita. Anche l’immagine dell’alveare è stata precisata: a rappresentare la generatività è soprattutto l’ape che si muove fra l’alveare e il campo. Un movimento continuo, nel quale la qualità dell’ambiente e la possibilità di produrre si influenzano reciprocamente.
I criteri del premio hanno tradotto questa idea in cinque ambiti: sostenibilità integrale, generatività interna, generatività esterna, capacità di pensiero e conoscenza degli strumenti dell’economia sociale e civile. Sulla capacità di pensiero il confronto si è soffermato a lungo. Non basta calcolare: occorre tornare a interrogarsi sul fine dell’impresa e su come perseguirlo mentre cambiano le condizioni economiche, sociali, ambientali e geopolitiche. Fermarsi a verificare la propria direzione è stato indicato come un esercizio organizzativo, da coltivare anche attraverso momenti di confronto interno.
Nel 1979 la scelta di unirsi
Quando la parola è passata al presidente, il discorso è tornato alle origini della cooperativa, nel 1979. La ragione della nascita, ha ricordato, era nella rapidità con cui il mondo stava cambiando e nella frammentazione del settore. Affrontare quelle trasformazioni da soli sarebbe stato difficile. Mettere insieme competenze e produzioni era stata la risposta di chi aveva intravisto la necessità di un’organizzazione comune.
Avvicinandosi al mezzo secolo di attività, quella necessità non è scomparsa. Il presidente ha descritto sfide ancora legate alla velocità dei cambiamenti, con una sostenibilità diventata sempre più urgente. La cooperativa continua a poggiare su una particolarità decisiva: il socio è proprietario, ma è anche fornitore. È, come l’ha definita, «una proprietà diffusa», fatta di molte microimprese presenti sul territorio nazionale, dalle Alpi alla Sicilia.
Da qui discende anche il significato economico della sostenibilità richiamato nel suo intervento. L’equilibrio deve riguardare la cooperativa, i dipendenti e i soci, senza perdere di vista nessuna di queste componenti. La rete non cancella le singole imprese: permette loro di partecipare a una struttura comune. La storia delle origini è tornata così dentro il presente, come spiegazione di un modello che continua a misurarsi con problemi più grandi del singolo apicoltore.
Restare nei luoghi significa anche investire
Il racconto si è poi spostato sui territori nei quali lavorano i soci. Il presidente ha richiamato l’Appennino abruzzese e le aree interne del Siracusano, parlando di una desertificazione che non è soltanto climatica o ambientale, ma anche sociale. Mantenere un’impresa in quei luoghi significa continuare a produrre e, dove possibile, dare lavoro ad altre persone. Nella sua lettura, è anche da questa presenza che passa la sostenibilità della rete.
Lo stesso ragionamento ha riguardato il luogo in cui opera Conapi. Il presidente ha preso le distanze dalla definizione di zona marginale, ricordandone la bellezza, senza nascondere le difficoltà legate agli eventi alluvionali degli ultimi anni. La cooperativa ha scelto di rimanere e di proseguire gli investimenti: «Stiamo ancora investendo qua». Una scelta che ha collegato esplicitamente all’importanza della presenza dell’impresa per la comunità e per il territorio.
È stato questo uno dei punti in cui il linguaggio del premio ha trovato un riscontro concreto. L’impatto esterno di cui si era parlato non coincideva soltanto con una categoria di valutazione: riguardava attività mantenute, lavoro e decisioni su dove continuare a operare. Anche l’attenzione all’ambiente, nel discorso del presidente, è rimasta legata a quella economica e sociale. La sostenibilità è stata raccontata come un insieme di responsabilità che devono reggersi a vicenda.
Misurare il valore senza lasciarlo sommerso
Il passaggio dalla pratica alla sua misurazione ha attraversato buona parte del confronto. Nella panoramica delle candidature al premio, i promotori hanno rilevato una sostenibilità spesso sommersa: comportamenti e scelte presenti nelle organizzazioni, ma non sempre tradotti in rendicontazione e strumenti capaci di renderli leggibili. La distinzione è importante, perché produrre valore sociale e ambientale non significa automaticamente saperlo documentare. Fra gli ambiti sui quali lavorare sono stati richiamati la finanza sociale, il bilancio di sostenibilità e l’educazione finanziaria.
Quelle osservazioni riguardavano il quadro generale dei candidati, non una contestazione rivolta alla cooperativa premiata. Conapi dispone già di un bilancio di sostenibilità, che il presidente ha descritto come il documento attraverso il quale rendere pubblico ciò che viene fatto. Nel suo intervento, far emergere esperienze di questo tipo è apparso anche un modo per avvicinare altre realtà e costruire rete. Il documento, quindi, non soltanto come testimonianza interna, ma come possibilità di confronto.
Da parte dei promotori è arrivato l’invito a non lasciarlo in un cassetto o in un file poco letto. Misurare e comunicare sono stati presentati come compiti distinti, entrambi necessari a far conoscere l’approccio della cooperativa. Per Giornale delle PMI, raccontare Conapi significa offrire alle piccole e medie imprese un riferimento concreto. Anche qui è tornata l’immagine del polline: portare un’esperienza da un’organizzazione all’altra, perché possa essere conosciuta e discussa.
La comunità va costruita anche fuori
I dati illustrati sulle candidature hanno aggiunto un elemento al ragionamento: il 77 per cento dei candidati apparteneva già a un sistema associativo, confederale, consortile o cooperativo. La dimensione comunitaria risultava dunque presente in larga parte delle realtà esaminate. Più debole, nel quadro generale presentato, appariva invece il rapporto con i corpi intermedi, fra cui sindacati e associazioni dei consumatori. Un terreno sul quale i promotori hanno sollecitato maggiore attenzione.
Tra i punti di forza emersi sono stati indicati il senso di responsabilità sociale e ambientale e la capacità di rispondere agli shock esterni. Più difficile appariva il passaggio da una generatività interna solida alla capacità di coinvolgere altri soggetti fuori dall’organizzazione. È in questo spazio che il premio vorrebbe continuare ad agire, favorendo occasioni di collaborazione anziché esaurirsi nella consegna. Il confronto ha richiamato anche la possibilità di lavorare con amministrazioni locali, terzo settore, imprese e università.
Alla cooperativa sono state rivolte proposte, non annunci di iniziative già decise. Fra queste, un incontro con i consorziati sul significato dell’impresa generativa e un percorso che permetta ai singoli apicoltori di interrogarsi sul proprio contributo, verso la comunità interna e quella più ampia. Il riconoscimento è stato presentato così anche come un impegno successivo alla premiazione. Qualcosa da mantenere vivo attraverso le persone che fanno parte della rete.
Il fiore che rende possibile tornare
Per spiegare il legame fra il lavoro di oggi e la possibilità di continuarlo domani, il presidente è tornato alle api. L’ape raccoglie per la colonia e, nello stesso movimento, impollina. L’anno successivo, ha ricordato, un’altra ape potrà trovare su quel terreno un fiore nato grazie a quel passaggio e raccogliere ancora nettare. La cura della propria sopravvivenza e la continuità dell’ambiente, nel suo racconto, non erano due azioni separate.
L’incontro si è chiuso con l’intenzione dei promotori di proseguire il racconto attraverso un articolo e un’intervista, da concordare con la cooperativa. È il seguito più immediato indicato per non fermare il premio al momento della consegna. Nel frattempo, il legame con i luoghi continua nelle microimprese dei soci e nella scelta di Conapi di restare e investire dove opera. È lì che l’immagine iniziale torna concreta: nel valore che arriva al prodotto e in quello che rimane attorno, rendendo possibile il lavoro di chi verrà dopo.





