Quando i risultati deludono, le organizzazioni tendono spesso a guardare al passato con nostalgia. Ripensano ai periodi di successo, individuano il leader a cui quei risultati sono associati e si convincono che riportare la stessa persona alla guida possa ripristinare la gloria perduta. È esattamente questo il dilemma che oggi il calcio italiano si trova ad affrontare.
Roberto Mancini torna alla guida degli Azzurri, a seguito di uno dei percorsi di leadership più intensi e controversi della storia del calcio recente. Il suo primo mandato aveva portato all’indimenticabile trionfo dell’Italia a UEFA Euro 2020, e aveva restituito alla Nazionale orgoglio e fiducia dopo anni di delusioni. Nonostante ció, quell’esperienza si è conclusa tra la frustrazione per la mancata qualificazione alla Coppa del Mondo FIFA 2022 e un addio che ha suscitato forti polemiche.
Il mito del ritorno
Ora, mentre l’Italia cerca risposte dopo l’ennesima deludente campagna mondiale, Mancini si ritrova nuovamente alla guida della Nazionale. Per molti tifosi, la storia sembra avere tutti gli ingredienti di una favola a lieto fine. Tuttavia, secondo Hogan Assessments, leader mondiale nella valutazione della personalità e nella consulenza sulla leadership, la realtà è ben più complessa.
«Un ritorno non è di per sé né positivo né rischioso», afferma Allison Howell, CEO di Hogan Assessments. «La domanda fondamentale è se i fattori che hanno portato al precedente addio siano realmente cambiati. I successi passati dimostrano le capacità di una persona, ma non garantiscono la sua efficacia futura».
Il meccanismo dei ritorni
Le organizzazioni tendono spesso a sopravvalutare il peso dei singoli leader, talvolta non prendendo in considerazione l’importanza del contesto. La tentazione è comprensibile: affidarsi a una persona già conosciuta riduce la sensazione di incertezza. Inoltre, un leader che torna alla guida conosce già la cultura dell’organizzazione, gli stakeholder e le aspettative. Ma la stessa familiarità può anche creare punti ciechi.
«Se i problemi alla base non sono stati risolti, un ritorno rischia semplicemente di riproporre le tensioni passate», spiega Allison Howell. «I ritorni più efficaci si verificano quando sia il leader sia l’organizzazione considerano il secondo incarico come un nuovo capitolo, anziché come un tentativo di rivivere il passato».
Quando il passato non basta
La storia del calcio offre diversi esempi che invitano alla prudenza. Per esempio, Luiz Felipe Scolari aveva guidato il Brasile alla conquista della Coppa del Mondo nel 2002, per poi tornare sulla panchina della Seleção alla vigilia del torneo del 2014, disputato proprio in casa. Le aspettative erano enormi. Il risultato fu la storica sconfitta per 7-1 contro la Germania in semifinale, a dimostrazione del fatto che i successi del passato non offrono automaticamente le risposte alle sfide del futuro.
Nel caso della Nazionale Italiana, quindi, la questione non è se Mancini possa replicare ciò che ha già realizzato. La vera domanda è se lui, la Federazione e la Nazionale abbiano imparato abbastanza dal passato, in modo da riuscire a costruire un futuro diverso e promettente.
«Nel calcio, così come nel mondo aziendale, una leadership di successo raramente consiste nel ricreare la storia passata, per quanto gloriosa possa essere stata. Consiste piuttosto nel sapersi adattare a alle nuove sfide del futuro», conclude Allison Howell.
