LAVORO

Benessere sul lavoro: per quasi 4 italiani su 10 è sotto la sufficienza

Stress prolungato e carichi di lavoro insostenibili? Per molti lavoratori italiani, purtroppo, situazioni di questo tipo sono una realtà nella propria azienda.

In un mercato in cui nel 2025 si sono registrate oltre 2 milioni di dimissioni[1], il 38% dei lavoratori in Italia (quasi 4 su 10) afferma infatti di non avere un buon livello di benessere sul proprio posto di lavoro. Il dato supera la metà (55%) per coloro che hanno tra i 35 e i 44 anni, e si trovano dunque in una fase della vita lavorativa caratterizzata da pressioni elevate, responsabilità crescenti e maggiore complessità nella conciliazione con la vita personale rispetto ad altre fasce di età.

È questa la fotografia restituita dalla ricerca “Il valore del benessere nel lavoro. Dati, percezioni e strategie per affrontare il cambiamento”, promossa da Tack TMI Italy, branch italiana della società di Gi Group Holding specializzata in Learning & Development, condotta su un campione di 1.500 lavoratori occupati in Italia.[2]

La survey ha anche evidenziato un divario di genere: se il 66% degli uomini esprime una valutazione positiva del proprio livello di benessere, la percentuale scende al 57% quando si guarda al campione femminile.

“Mentre il 39% degli intervistati dichiara di avere un carico di lavoro difficile da sostenere, il 41% riferisce una situazione di stanchezza frequente, accompagnata da poche energie e difficoltà di concentrazione. Condizioni che, se prolungate, possono compromettere la sostenibilità dell’attività lavorativa e ridurre la capacità di mantenere adeguati livelli di partecipazione e coinvolgimento. Eppure, il benessere in azienda dovrebbe essere oggi una priorità strategica, non soltanto perché determina la qualità dell’esperienza quotidiana delle singole persone e dei team di lavoro, ma perché produce effetti positivi sull’intera organizzazione – commenta Irene Vecchione, Amministratrice delegata di Tack TMI Italy (Gi Group Holding) –. Un ambiente professionale percepito come di scarsa qualità può influenzare la decisione del singolo dipendente di restare in azienda e la sua disponibilità a investire energie nel proprio ruolo, fino ad arrivare a compromettere l’attrattività generale dell’azienda verso nuovi talenti. Per questo, partendo da un ascolto strutturato delle persone, è più che mai indispensabile passare dalla logica del lavoro come un semplice luogo in cui si condividono task a quella di ambiente: ossia contesti nei quali relazioni, sviluppo delle competenze, organizzazione e cultura contribuiscono congiuntamente al benessere, alle performance complessive e alla crescita del business.”.

Ma quanto sono impegnate oggi le aziende sul benessere? Per quasi 1 lavoratore su 3 (32%) si tratta di un aspetto critico. Il 22% degli intervistati dichiara che nella propria azienda non è attiva alcuna misura specifica dedicata al benessere, mentre una valutazione analoga riguarda il coinvolgimento dei manager, giudicato insufficiente dal 34%. Eppure per il 75% degli intervistati il benessere psicologico orienta nella scelta di un eventuale nuovo datore di lavoro.

Motivi di insoddisfazione e soddisfazione; il ruolo della dimensione relazionale nel benessere

Il bisogno di riconoscimento, unito alla possibilità di crescita professionale, rappresenta una leva decisiva nel rendere positiva l’esperienza di lavoro all’interno dell’organizzazione. Tra gli aspetti che incidono maggiormente sulla mancanza di benessere, in cima alla classifica si trovano, infatti, la scarsa valorizzazione del proprio contributo, indicata dal 30% del campione e, per il 24%, la mancanza di opportunità di formazione e crescita professionale. Non sono da trascurare anche una gestione inadeguata dei carichi di lavoro (23%) e il clima aziendale (20%).

Di contro, la relazione con i colleghi (39%) e la stabilità e sicurezza del posto di lavoro (31%) sono indicati come gli aspetti che producono il maggiore impatto sul benessere, bilanciando quelli negativi. Seguono la possibilità di effettuare pause e disporre di adeguati tempi di recupero (26%), la flessibilità (25%), la relazione con il responsabile e il clima interno (20%).

Soft skill per workplace sani: lavoro in team, comunicazione efficace, gestione delle relazioni

La ricerca ha evidenziato l’esistenza di un legame tra il clima positivo in azienda e le competenze soft di tipo relazionale. Capacità di lavorare in team (32%), comunicare efficacemente (27%) e gestire le relazioni (24%) sono infatti associate a un miglioramento dell’esperienza lavorativa dal punto di vista del benessere; a seguire intelligenza emotiva ed empatia (22%), gestione del benessere personale, dei conflitti e della pressione (tutte con il 19%).

Le misure più richieste alle aziende per aumentare il livello di benessere

Oltre ai benefit economici indicati dal 50% del campione, i lavoratori chiedono soprattutto interventi capaci di migliorare l’equilibrio tra vita privata e professionale e di rendere più sostenibile l’impegno quotidiano: quindi, flessibilità negli orari di ingresso e uscita e nella gestione dei turni (38%) e smart working o lavoro da remoto, utile per il 36% degli intervistati.

Tra chi ha dichiarato di averne usufruito, lo smart working emerge come l’iniziativa più efficace per il wellbeing (62%); sono apprezzati anche flessibilità oraria (49%) e pause programmate e garantite (42%), il rispetto dei tempi di riposo e il diritto alla disconnessione (41%).

“La ricerca mostra con chiarezza il valore del benessere nel lavoro e come debba diventare una componente strutturale del modello organizzativo, non un insieme di iniziative episodiche – conclude Irene Vecchione -. La domanda di un impegno più sistematico da parte delle aziende è evidente: il 64% dei lavoratori ritiene che le organizzazioni dovrebbero investire di più e con maggiore continuità nel benessere, anche destinandovi risorse oggi impiegate altrove. Diventa quindi fondamentale il ruolo della leadership per progettare soluzioni aderenti alle esigenze reali delle diverse popolazioni aziendali che superino approcci indifferenziati. In questa prospettiva, l’investimento formativo sulle soft skill, a partire dalla capacità di lavorare in team e di comunicare efficacemente, contribuisce al raggiungimento dei risultati, intervenendo sulla qualità delle relazioni nei contesti lavorativi. Si tratta di una dimensione sempre più rilevante sia per il benessere delle persone sia per l’employer branding dell’organizzazione.”


[1] Comunicazioni obbligatorie del Ministero del lavoro. Totale ottenuto sommando le dimissioni relative al primo, secondo, terzo e quarto trimestre 2025 (Tavola “Rapporti di lavoro cessati per genere dei lavoratori interessati e motivo della cessazione”, riga “Dimissioni”).

[2] Nota metodologica. L’indagine è stata condotta da Excellera Intelligence srl. Le interviste, condotte nel primo semestre 2026 con metodologia CAWI, hanno coinvolto 1.500 lavoratori occupati in Italia. Il campione, stratificato e casuale, è stato selezionato in base a quote per genere, classe d’età tipologia di professione e area territoriale di residenza.