IA

L’editoria non ha bisogno di un nuovo template. Ha bisogno di un nuovo paradigma

Nel mondo dell’editoria si parla moltissimo di Intelligenza Artificiale, ma troppo spesso se ne parla ancora come si parlava di una nuova funzionalità software. Si aggiunge un chatbot, si automatizza qualche passaggio, si genera una parte dei contenuti, si modifica l’interfaccia e, in alcuni casi, si arriva perfino a chiamare tutto questo “AI Mode”.

A mio avviso è un errore di prospettiva.

L’Intelligenza Artificiale non sta introducendo semplicemente un nuovo strumento con cui un editore può fare meglio o più velocemente ciò che faceva prima. Sta mettendo in discussione la struttura stessa del prodotto editoriale, il modo in cui viene costruito, distribuito, trovato e utilizzato. Per questo un template diverso non può essere considerato un’evoluzione dell’editoria nell’era dell’IA, così come non lo è un chatbot appoggiato sopra un archivio di articoli. Sono elementi che possono avere una loro utilità, ma rappresentano soltanto la superficie di una trasformazione molto più profonda.

La domanda che l’editoria dovrebbe porsi, oggi, non è dunque “come possiamo usare l’IA?”, ma “che cosa deve diventare un giornale in un mondo nel quale le persone non cercano più necessariamente una pagina, ma sempre più spesso una risposta?”.

È questa la discontinuità che considero più importante.

Per decenni il modello editoriale è rimasto sostanzialmente invariato. Una redazione produceva contenuti, un giornale li organizzava, il lettore li cercava e li leggeva. La rivoluzione digitale ha modificato profondamente questa catena, sostituendo progressivamente la carta con gli schermi, l’edicola con i motori di ricerca e, in parte, la distribuzione diretta con quella mediata dalle piattaforme social.

L’Intelligenza Artificiale introduce ora un passaggio ulteriore. Sempre più spesso una persona formula una domanda a un sistema intelligente e riceve direttamente una risposta costruita attraverso la consultazione e la sintesi di molteplici fonti. In questo scenario il rapporto fra lettore e fonte cambia radicalmente: il pubblico può non arrivare più all’articolo, e nemmeno necessariamente conoscere il nome della testata che ha prodotto l’informazione utilizzata per costruire quella risposta.

Per un editore questo significa che il problema della distribuzione non può più essere affrontato soltanto in termini di clic, posizionamento o condivisione. Una nuova frontiera diventa la capacità di essere riconosciuti come fonte autorevole, utile e pertinente dai sistemi di intelligenza artificiale. Il patrimonio editoriale deve quindi essere pensato non solo per essere letto dalle persone, ma anche per poter essere interpretato, collegato, richiamato e utilizzato dalle macchine.

È un cambiamento che non riguarda soltanto il modo in cui si scrive un articolo. Riguarda l’intera infrastruttura editoriale.

È esattamente da questa consapevolezza che abbiamo deciso di partire al Giornale delle PMI.

Il Giornale delle PMI nasce nel 2013 con l’obiettivo di dare voce al mondo delle piccole e medie imprese italiane. Oggi può contare su oltre 400 collaboratori umani e su un patrimonio editoriale che negli anni si è trasformato in una vera e propria memoria del mondo PMI. A un certo punto ci siamo trovati davanti a una scelta: aggiungere semplicemente l’Intelligenza Artificiale a ciò che già facevamo oppure utilizzare questa tecnologia per ripensare il giornale nel suo complesso.

Abbiamo scelto la seconda strada.

Il sito è stato completamente ristrutturato utilizzando l’IA come parte di un processo di trasformazione che ha coinvolto l’intera piattaforma: l’infrastruttura server, la sicurezza, il backend, il frontend, l’efficienza e diverse componenti del funzionamento quotidiano del giornale. Non si è trattato di affidare a un modello generativo la costruzione di un nuovo sito, ma di utilizzare l’IA come leva per intervenire su un ecosistema editoriale esistente e renderlo più solido, più efficiente e più aperto a nuove possibilità.

È una distinzione importante, perché il valore dell’IA nell’editoria non sta semplicemente nella capacità di produrre testo. La sua portata più interessante emerge quando viene utilizzata per ridisegnare i processi.

Può aiutare una redazione a individuare ciò che sta emergendo, a collegare informazioni che prima rimanevano separate, a trasformare uno stesso contenuto in formati differenti, a organizzare archivi complessi, a personalizzare la distribuzione e a costruire nuove modalità di accesso alla conoscenza. Soprattutto, può consentire di valorizzare molto di più il patrimonio che un editore ha già costruito nel corso degli anni.

Questo per noi significa anche sperimentare nuovi prodotti editoriali.

Abbiamo introdotto, per esempio, “Il Caffè via email”, con l’idea di trasformare il rapporto con il lettore e portare l’informazione direttamente nella sua quotidianità, invece di limitarci ad aspettare che sia il lettore a tornare sul sito. Stiamo inoltre lavorando a una versione sfogliabile pensata per iPhone Duo, che lanceremo a metà ottobre: un nuovo formato di fruizione che nasce dalla possibilità di reinterpretare il contenuto editoriale in funzione dei nuovi dispositivi, anziché considerare il dispositivo semplicemente come un contenitore del giornale tradizionale.

Anche nella distribuzione abbiamo iniziato a cambiare approccio. La notizia più letta della mattinata viene oggi individuata e confezionata dalla IA per essere condivisa sui canali social e su Telegram. Il contenuto, quindi, non termina nel momento in cui viene pubblicato. Può essere rielaborato e adattato ai diversi ambienti nei quali il pubblico incontra l’informazione.

È un passaggio che considero centrale perché restituisce al contenuto la sua natura originaria: non una pagina immobile, ma una materia informativa capace di assumere forme diverse a seconda del contesto.

La sperimentazione più significativa è però probabilmente un’altra: abbiamo lanciato un vero AI Mode del Giornale delle PMI, disponibile all’indirizzo ai.giornaledellepmi.it.

Qui il cambiamento non riguarda l’aspetto grafico della piattaforma, ma il modo in cui il lettore entra in relazione con il patrimonio del giornale. L’AI Mode consente di interrogare direttamente i contenuti della testata e di ottenere risposte costruite sulla base della conoscenza editoriale accumulata. In questo modo l’archivio smette di essere soltanto una raccolta di articoli da consultare e diventa qualcosa di più vicino a una base di conoscenza con cui dialogare.

Il passaggio è tutt’altro che secondario. Per molti anni abbiamo chiesto al lettore di imparare a cercare dentro un giornale: utilizzare il menu, le categorie, il motore interno, le sezioni. Ora possiamo immaginare un rapporto diverso, nel quale sia il lettore a formulare la domanda nel modo più naturale possibile e sia il giornale a organizzare la propria conoscenza per rispondere.

Questo, per me, è uno dei significati più interessanti dell’AI Mode.

Non significa mettere l’etichetta “AI” su una versione diversa della homepage. Significa cambiare l’interfaccia attraverso la quale il patrimonio editoriale viene utilizzato.

Ed è proprio qui che la trasformazione tecnologica diventa trasformazione editoriale.

Un giornale, infatti, non è soltanto il sito sul quale vengono pubblicati gli articoli. Il sito è l’interfaccia attraverso la quale il pubblico accede a un patrimonio molto più grande: conoscenze, fonti, autori, competenze, relazioni fra contenuti, memoria storica e capacità di selezionare ciò che merita attenzione.

Per questo credo che il vero patrimonio di un editore non sia la piattaforma digitale in sé, ma la conoscenza che quella piattaforma custodisce.

L’Intelligenza Artificiale rende possibile una cosa che fino a pochi anni fa era estremamente difficile: trasformare questo patrimonio in una forma di conoscenza interrogabile. Migliaia di articoli possono essere letti singolarmente, ma possono anche essere messi in relazione, utilizzati per rispondere a una domanda, sintetizzati e ricomposti secondo le esigenze del lettore.

La conseguenza è che l’editore può iniziare a costruire prodotti completamente nuovi senza dover necessariamente produrre una quantità infinita di nuovi contenuti. Può aumentare il valore dei contenuti già prodotti mettendoli a disposizione in forme diverse.

È un cambio di paradigma che coinvolge anche il rapporto fra editoria e motori di ricerca.

Per anni l’obiettivo è stato principalmente quello di comparire nei risultati quando qualcuno formulava una determinata query. Ora emerge una questione diversa: cosa succede quando quella stessa persona non effettua più una ricerca tradizionale, ma pone la domanda direttamente a un sistema di Intelligenza Artificiale?

In quel caso il giornale non compete soltanto per una posizione nei risultati. Compete, in una certa misura, per essere considerato una fonte.

Credo che questa sarà una delle grandi partite dell’editoria dei prossimi anni.

Un editore dovrà preoccuparsi non soltanto di essere trovato da un lettore, ma anche di essere sufficientemente autorevole, strutturato e pertinente da poter entrare nella costruzione di una risposta generata da un sistema intelligente.

Per questo la qualità editoriale assume, se possibile, un’importanza ancora maggiore. L’IA può organizzare e sintetizzare una quantità enorme di informazioni, ma proprio per questo diventa fondamentale che esistano fonti in grado di fornire informazioni originali, affidabili, contestualizzate e riconoscibili.

Più le macchine diventano brave a generare contenuti, maggiore diventa il valore di chi produce conoscenza degna di essere utilizzata.

È una considerazione che vale anche per il ruolo delle persone nelle redazioni.

L’idea che l’IA renda inevitabilmente inutile il lavoro giornalistico nasce dalla convinzione che il principale valore di un giornale sia la capacità di scrivere frasi. Ma il valore editoriale non è mai stato soltanto questo. È nella scelta di ciò che merita di essere raccontato, nella verifica delle fonti, nella costruzione del contesto, nella capacità di riconoscere un fenomeno, nel collegare eventi apparentemente lontani e nel costruire fiducia con il proprio pubblico.

Queste competenze non diventano meno importanti perché esistono sistemi capaci di generare testo. Al contrario, possono diventare ancora più preziose.

La vera trasformazione non consiste quindi nel sostituire le persone con le macchine. Consiste nel permettere alle persone di dedicare una parte maggiore del proprio tempo a ciò che richiede esperienza, responsabilità, sensibilità e giudizio, lasciando all’automazione tutto ciò che può essere svolto in modo più efficiente senza impoverire la qualità del prodotto.

Il rischio per l’editoria, a questo punto, non è essere troppo innovativa. È confondere l’innovazione con la sua rappresentazione.

Aggiungere un chatbot e chiamarlo “AI Mode” non trasforma un giornale. Cambiare il design non trasforma un giornale. Generare alcuni articoli con l’IA non trasforma un giornale.

La trasformazione avviene quando cambia il modo in cui l’editore pensa il proprio prodotto, la propria infrastruttura, il proprio patrimonio informativo e il proprio rapporto con il pubblico.

È questo il passaggio che abbiamo cercato di compiere al Giornale delle PMI.

Abbiamo utilizzato l’IA per intervenire sull’infrastruttura tecnologica e sulla sicurezza, per rendere più efficienti i processi, per introdurre nuovi servizi editoriali, per automatizzare parte della distribuzione, per sperimentare nuovi formati e, soprattutto, per costruire una nuova modalità di accesso al nostro patrimonio attraverso l’AI Mode.

Ma c’è un ultimo elemento che considero ancora più importante.

Non vogliamo semplicemente costruire un giornale che utilizza l’Intelligenza Artificiale.

Vogliamo costruire un giornale che sia rilevante in un ecosistema nel quale le persone e le intelligenze artificiali utilizzano continuamente le stesse informazioni.

Questo significa pensare contemporaneamente a due pubblici: quello umano, che continuerà ad avere bisogno di qualità, chiarezza, fiducia e interpretazione, e quello delle macchine, che avrà bisogno di fonti strutturate, riconoscibili, affidabili e aggiornate.

È una prospettiva che cambia anche il modo di concepire l’identità di una testata.

Per noi, oggi, può essere sintetizzata così:

Dal 2013, la voce delle PMI italiane, oggi con oltre 400 collaboratori umani. Pensato per le persone, rilevante per le intelligenze artificiali.

Questa frase non vuole descrivere una moda tecnologica. Vuole dichiarare una direzione.

L’editoria del futuro non sarà necessariamente meno umana perché utilizzerà più Intelligenza Artificiale. Potrà, al contrario, diventare più umana proprio quando smetterà di utilizzare le persone per fare ciò che le macchine sanno fare meglio e inizierà a utilizzare le macchine per amplificare ciò che le persone sanno fare meglio.

Il vero tema, dunque, non è come aggiungere l’IA a un giornale.

È capire che, dopo l’IA, non possiamo più progettare un giornale come lo progettavamo prima.

E probabilmente è questa la trasformazione più interessante che l’editoria abbia davanti a sé.