INNOVAZIONE

La scienza Made in Italy: un motore di crescita e competitività invisibile

Immagine di DC Studio su Magnific

L’Italia agli occhi esterni è il paese della moda, del design e dell’arte e forse anche per gli stessi cittadini, esiste però un altro Made in Italy, meno visibile ma di simile importanza strategica: quello delle tecnologie scientifiche. È fatto di strumenti diagnostici, piattaforme, componenti per laboratori, software, materiali avanzati e molto altro, tutti destinati alla ricerca, alla salute e all’avanzamento dell’industria.

Questi elementi, insieme, creano un prestigio tecnologico e soprattutto autonomia industriale, perché la capacità di produrre tecnologie scientifiche contribuisce sia alla sicurezza economica di un Paese, sia alla sua capacità di generare futuro.

Il rapporto Il Biotech in Italia. Numeri, storie e trend, realizzato da Assobiotec-Federchimica in collaborazione con gli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano, offre una fotografia significativa di questo ecosistema. Il comparto comprende attività che spaziano dall’agroalimentare alla zootecnia, dal settore biomedico e sanitario alla chimica, dall’ambiente ai processi industriali. Nel complesso, il biotech genera 53,36 miliardi di euro di fatturato e coinvolge oltre 102.565 addetti. Il dato economico è rilevante, ma lo è altrettanto la struttura del settore: il biotech non coincide soltanto con le startup farmaceutiche o con la ricerca condotta nei laboratori universitari. È un insieme articolato di attività distribuite lungo numerose filiere produttive.

La biotecnologia quindi non vive soltanto nei laboratori universitari o nelle aziende farmaceutiche ma è presente nella diagnostica, nell’agroalimentare, nella chimica, nei processi industriali, nell’ambiente e nella produzione di strumenti e servizi ad alta specializzazione. Il biotech è anche manifattura.

Qui risiede la vera sfida italiana, non abbiamo bisogno di dimostrare di avere una ricerca di qualità: il Paese dispone di università, IRCCS, centri di ricerca e competenze scientifiche riconosciute e consolidate. La scommessa è accelerare la trasformazione di queste competenze in prodotti, imprese, brevetti, strumenti e capacità produttiva.

Il passaggio dal laboratorio alla fabbrica e dalla fabbrica al mercato è quello che determina il valore strategico della ricerca.

Entrando in questa prospettiva, il Made in Italy scientifico vede un orizzonte più vasto, fatto di piattaforme, medicina personalizzata, apparecchiature per laboratori, sistemi per la produzione di farmaci, componenti e materiali per dispositivi biomedicali, tecnologie per l’agricoltura sostenibile e il monitoraggio ambientale e molto altro.

L’Italia possiede già una base manifatturiera capace di operare in filiere complesse e sui mercati internazionali, adesso il punto è collegare meglio quello che già abbiamo: ricerca pubblica, startup, PMI, grandi gruppi, produttori di strumentazione, ospedali e investitori.

Il contesto europeo

Nel dicembre 2025 è stata presentata la proposta di European Biotech Act che punta a consolidare la capacità europea di trasformare l’eccellenza scientifica in produzione, sostenendo gli investimenti, l’industrializzazione e le filiere strategiche. Per l’Italia questo scenario è un’opportunità e dovrebbe anche essere un motivo in più per investire nella produzione a livello locale, con l’obiettivo di mantenere e al contempo accrescere il valore economico e la richiesta di occupazione.

Il modello italiano delle PMI specializzate è una risorsa, ma può diventare una fragilità quando mancano capitali, infrastrutture condivise e capacità di crescita. Nel biotech i tempi di sviluppo sono lunghi, il rischio tecnologico è alto e la regolazione è complessa, quindi non basta finanziare la fase iniziale della ricerca ma occorre accompagnare le imprese nei passaggi successivi: dalla produzione pilota all’accesso ai mercati internazionali.

Per anni il Made in Italy è stato associato soprattutto alla capacità di trasformare materiali e progetti in prodotti desiderabili dal pubblico. Non si tratta di modificare questo ma di includere prodotti che spesso non hanno una forma riconoscibile: un sensore, un algoritmo, un componente per una macchina di laboratorio, prodotti meno esposti, ma non meno strategici e capaci di creare valore.

La domanda non è se sapremo adottare le tecnologie scientifiche che stanno cambiando salute e industria a livello internazionale ma se sapremo collegare tutte le risorse per progettarle, produrle ed esportarle.