A maggio ho pubblicato un sito di 176 pagine costruito con l’intelligenza artificiale. Al 20 agosto Google ne mostra una: la homepage. Le altre 175 rispondono senza errori e restano fuori dall’indice.
Racconto i numeri perché la domanda che ci sta sotto riguarda qualunque impresa stia valutando di produrre contenuti con l’AI. La risposta che circola è che l’AI abbassa i costi di produzione, ed è vera solo per metà: il costo si sposta più avanti, dove quasi nessuno lo mette a bilancio.
Il progetto è un portale di astrologia, e la nicchia non conta niente: serviva un settore con molte ricerche e un’offerta editoriale debole, per misurare se il metodo fa la differenza. Il sito è mio, non di un cliente, e lo dico subito perché i dati che seguono non sarebbero verificabili in forma anonima.
Il sospetto sbagliato: contenuti sottili
La prima spiegazione che viene in mente è che l’AI abbia prodotto pagine vuote. I dati dicono di no. Sulle 176 pagine la mediana è di 3.280 parole e 111 superano le 3.000. Nessuna risponde con un errore. Non sono schede riempite con due paragrafi: sono testi lunghi, ognuno diverso dall’altro.
Anche l’ipotesi del guasto tecnico non regge. Google le ha scaricate senza errori, il file robots le consente, l’indirizzo che il sito dichiara e quello che Google riconosce coincidono. L’unico difetto rimasto è di quelli che si riparano in un pomeriggio: il sito risponde ancora su due protocolli e Search Console li conta separati. Quello che compare in Search Console, invece, non è un difetto tecnico: «scansionata, ma attualmente non indicizzata». L’ha vista, l’ha letta, ha scelto di non tenerla — la documentazione aggiunge che potrebbe entrare nell’indice più avanti, senza dire quando né a quali condizioni. Nessuna riparazione tecnica cambia una frase del genere.
La curva che non sale
Qui c’è il dato che mi ha sorpreso di più. L’attesa ragionevole era che la situazione migliorasse col tempo, come succede ai domini nuovi. È andata al contrario.
| Periodo | Volte che il sito è comparso | Posizione media |
| Maggio (dal lancio) | 31 | 34,9 |
| Giugno | 186 | 23,8 |
| Luglio | 78 | 47,7 |
| 1-20 agosto | 44 | 61,2 |
In tutto: due clic e 339 comparse in tre mesi. Dopo il picco di giugno il sito scende, e scende anche di posizione: dalla quarta pagina dei risultati alla settima.
C’è un dettaglio che spiega il meccanismo meglio di qualsiasi grafico. Delle pagine interne che ho ispezionato una per una, tre non ricevono la visita del crawler dal 10 giugno; altre due Google le ha riguardate il 12 agosto e le ha lasciate fuori lo stesso. Nel primo caso ha smesso di passare, nel secondo passa e conferma il giudizio. Sulla homepage, l’unica che tiene, torna ogni pochi giorni.
Il contesto: il sito è andato online nei giorni in cui partiva il core update di maggio 2026, attivo dal 21 maggio al 2 giugno, uno degli aggiornamenti che alzano l’asticella sui contenuti generati in serie e privi di lavorazione umana visibile. Un dominio nuovo, a forte componente AI, arrivato in quella settimana, parte in osservazione.
Il problema che nessuno si aspetta: i cloni
C’è una parte che riguarda ogni sito nuovo, anche quello di un’azienda che non ha mai sentito nominare l’AI. Ispezionando le pagine ho scoperto che gli unici indirizzi che Google conosce come link verso di loro sono cose come sn.gordz.lol e 6.nuclearq.lol. Non sono siti: sono pagine generate in serie che copiano testi altrui e li ripubblicano. Su sei pagine controllate ne sono usciti dodici, tutti da quella rete, nessun link legittimo.
Nessuno li ha chiesti e nessuno li ha comprati: arrivano da soli, a chiunque, e il proprietario del sito è l’ultimo a saperlo. La tentazione, a questo punto, è correre allo strumento di disconoscimento dei link. Google dice il contrario: quei link li ignora già, e quasi nessun sito ha bisogno di quello strumento. Il problema vero è un altro, ed è più sgradevole: il vostro testo circola in copia su decine di indirizzi mentre l’originale non è ancora nell’indice. Per un dominio nuovo, che deve ancora dimostrare di essere la fonte, è una complicazione in più su una salita già ripida.
Il motivo per cui lo scrivo adesso: il 18 agosto Google ha avviato un nuovo aggiornamento contro lo spam, chiuso in poco meno di tre giorni. Chi ha un sito recente farebbe bene a guardare, in Search Console, alla voce Link, chi lo sta linkando, e a cercare su Google una frase presa da una propria pagina per vedere se esce dal sito di qualcun altro. Sono due verifiche da cinque minuti che quasi nessuno fa.
Cosa ne ricava un’impresa
Il costo si sposta dalla scrittura alla fiducia. Produrre 176 pagine con l’AI è veloce ed economico. Farsele considerare da un motore di ricerca non lo è, e i mesi in cui il sito resta invisibile sono mesi in cui il contenuto non lavora. Chi mette a budget solo la produzione ha calcolato la metà della spesa.
La lunghezza non è un segnale sufficiente. Tremila parole a pagina non hanno spostato niente. Vale più una pagina che fa qualcosa che il lettore non trova altrove.
I segnali umani vanno messi sulla pagina, non dichiarati altrove. Autore con nome e competenze, data, metodo, contatti. Sono tra i segnali che Google descrive quando spiega cosa considera contenuto utile, e su un progetto a forte componente AI contano più che altrove.
Il momento in cui pubblicate conta. Aprire un dominio nuovo dentro la finestra di un aggiornamento importante è la condizione peggiore. Google annuncia gli aggiornamenti sulla sua dashboard pubblica: guardarla prima di una messa online costa un minuto.
Quello che ancora non so
Non so se questo sito uscirà dall’osservazione, né quando. Non so quanto pesi ciascun fattore: il momento del lancio, la componente AI, le copie che circolano. Chi vi dà queste risposte con certezza sta indovinando, perché il criterio non è pubblico e l’unica prova disponibile è il tempo.
Quello che i dati dicono con certezza è più ristretto, ed è la parte che serve a chi pianifica: il tempo fra la pubblicazione e il momento in cui un motore di ricerca accetta le pagine non si comprime, e va calcolato insieme alle ore di scrittura.

Carlo Cucuzza è consulente di marketing digitale, si occupa di SEO e di applicazione dell’AI generativa ai progetti editoriali. I dati citati vengono da Google Search Console e dalla dashboard pubblica di Google, rilevati il 25 agosto 2026; il monitoraggio del progetto è documentato su carlocucuzza.it, risultati negativi compresi.
