La mente non timbra il cartellino

Stavi camminando sulla spiaggia. Il rumore delle onde copriva finalmente quello delle riunioni.

Eppure, improvvisamente, la mente è tornata al lavoro.

A quella collaboratrice capace che aspetta da mesi una decisione sul proprio ruolo. Alla riunione conclusa con molte parole e nessuna responsabilità precisa. A un cliente importante che sta diventando più freddo. A un processo che continua a produrre ritardi. A una scelta strategica rinviata perché non sembrava mai il momento giusto.

Poi arriva un’idea. Una soluzione semplice, che in ufficio non ti era venuta in mente.

Dovresti sentirti in colpa perché in vacanza non sei riuscito a “staccare” completamente ? No.

Il “diritto alla disconnessione” tutela la persona dall’invadenza dell’organizzazione. Il capo non ha il diritto di cercarti sempre. Ma nulla impedisce alla mente di pensare a ciò che considera importante.

Il lavoro interessante non finisce alle cinque

Arianna Huffington, fondatrice dell’Huffington Post e oggi alla guida di Thrive Global, in una recente intervista a Fortune ha affermato: “Non penso che esista qualcuno con un lavoro interessante che possa chiudere il computer alle cinque e smettere di pensarci.”

Ha aggiunto una battuta ancora più forte:

“Se riesci a finire tutto prima di andare a dormire, probabilmente non hai un lavoro abbastanza interessante.”

Non è un invito a lavorare senza limiti.

Il suo messaggio è più sottile: lavoro e vita non sono due territori separati da un confine invalicabile. Quando ciò che facciamo ci appassiona, ci coinvolge e ci permette di esprimere le nostre capacità e il nostro valore, è logico che possa abitare nei nostri pensieri.

Non è il tempo trascorso a pensare al lavoro a determinare il benessere o il malessere. È la libertà con cui lo facciamo.

Le bucce di banana della disconnessione

1. Confondere la passione con la reperibilità.

Avere un’intuizione mentre si cammina non equivale a rispondere alle e-mail, partecipare a una riunione o ricevere continui messaggi. La creatività è libera. La disponibilità professionale deve avere confini chiari.

2. Trasformare la disconnessione in una nuova prescrizione.

Dopo averci chiesto per anni di essere sempre connessi, ora rischiamo di sentirci dire che durante le vacanze non dovremmo neppure pensare al lavoro. Ma il pensiero non timbra il cartellino. E le idee migliori arrivano spesso quando diminuiscono la pressione, il rumore e la fretta.

3. Glorificare il superlavoro.

Amare ciò che si fa non significa misurare il proprio valore sul numero di ore lavorate o diventare ossessivi. Una cultura della performance non premia chi rimane collegato più a lungo. Premia chi produce risultati senza consumare sé stesso e gli altri.

4. Tornare dalle vacanze e riprendere esattamente da dove si era lasciato.

Stesse riunioni. Stesse attività. Stesse decisioni rinviate. Stesse cose lasciate in sospeso. In questo caso, aver pensato molto al lavoro non serve. Hai soltanto rimuginato.

Dalle riflessioni ai risultati

Il rientro è il momento giusto per trasformare i pensieri delle vacanze in una direzione precisa.

La domanda migliore non è: “Quante cose devo fare da qui alla fine dell’anno?”

La domanda giusta è: “Che cosa dovrà essere vero il 31 dicembre per poter dire: quest’anno ho lavorato bene?”

Per rispondere, servono almeno cinque risultati concreti:

  1. Un risultato economico

Quale fatturato, margine, risparmio o flusso di cassa deve essere raggiunto? Non una generica intenzione di migliorare, ma numeri e scadenze.

  1. Una decisione non più rinviabile

Quale scelta continua a occupare il tuo spazio mentale? Una riorganizzazione, un investimento, una delega, un’assunzione, la chiusura di un’attività che non produce più valore…

  1. Una persona da far crescere

Chi dovrà diventare più competente, più autonomo o più responsabile grazie alla tua leadership? Se alla fine dell’anno tutti dipenderanno ancora da te, avrai lavorato molto, ma non necessariamente bene.

  1. Un processo da migliorare

Quale attività dovrà diventare più semplice, rapida e affidabile? Le procedure non servono a produrre carta. Servono a ridurre errori, attese, sovrapposizioni e dipendenza dalle singole persone.

  1. Un cerchio da chiudere

Quale situazione aperta da troppo tempo deve essere definitivamente affrontata? I cerchi lasciati in sospeso consumano attenzione anche quando non compaiono nell’agenda.

Attenzione, però: organizzare riunioni, fare colloqui, scrivere procedure e avviare corsi sono attività. Non ancora risultati.

Il risultato è avere decisioni più rapide. Persone più autonome. Responsabilità più chiare. Clienti più soddisfatti. Meno errori ripetuti. Una migliore collaborazione.

Le attività occupano il tempo. I risultati cambiano l’organizzazione.

Non preoccuparti, quindi, se durante le vacanze la tua mente è tornata al lavoro.

Preoccupati se, una volta rientrato, continuerai a pensare alle stesse cose senza decidere nulla.

Scrivi oggi la frase che vorresti pronunciare il 31 dicembre: “Quest’anno ho lavorato bene perché…”

Completala con pochi risultati verificabili.

Poi elimina ciò che non conduce in quella direzione.

La frase su cui riflettere

“Non c’è nulla di più inutile che fare con grande efficienza qualcosa che non dovrebbe essere fatto”, Peter Drucker, economista e padre del management moderno.