FINANZIAMENTI

Investimenti Sostenibili 4.0: 447 milioni per le PMI del Sud, fino al 75% a fondo perduto e tasso zero. Si parte il 6 ottobre

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Dal 6 ottobre 2026 si apre lo sportello di Investimenti Sostenibili 4.0, la misura con cui il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, attraverso Invitalia, mette a disposizione 447,6 milioni di euro per le piccole e medie imprese di Puglia, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Sicilia e Sardegna. È uno dei pochi strumenti che nel 2026 combina contributo a fondo perduto e finanziamento a tasso zero su investimenti tecnologici. Per chi ha in programma macchinari, impianti o software legati alla trasformazione digitale, è probabilmente la finestra più interessante dell’anno. C’è però una condizione che pesa più di ogni altra. Il regime di aiuti è autorizzato dalla Commissione europea fino al 31 dicembre 2026 e lo sportello si chiude quando si esauriscono le risorse. Chi arriva preparato ai primi giorni ha un vantaggio reale.

Il quadro normativo: DM 18 marzo 2026 e decreto direttoriale 5 agosto 2026

La misura trova fondamento nel decreto ministeriale 18 marzo 2026, il cui comunicato è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 122 del 28 maggio 2026. Il decreto direttoriale firmato il 5 agosto 2026 ne definisce le regole operative. Si inserisce nell’azione 1.3.2 del Programma Nazionale “Ricerca, Innovazione e Competitività per la transizione verde e digitale” FESR 2021-2027. È il primo bando della serie scritto dopo l’entrata in vigore del Codice degli incentivi (D.Lgs. 184/2025). Questo si nota nell’impianto procedurale, nel regime delle revoche e nella disciplina anti-delocalizzazione. Un quarto della dotazione, il 25%, è riservato ai programmi proposti da micro e piccole imprese.

Quanto vale l’agevolazione

Il sostegno copre fino al 75% delle spese ammissibili. Il 35% arriva come contributo in conto impianti. Il 40% arriva come finanziamento agevolato senza interessi, restituibile in massimo sette anni con rate semestrali al 31 maggio e al 30 novembre, a partire dall’erogazione del saldo. Il restante 25% deve essere coperto dall’impresa con mezzi propri o con finanziamento esterno privo di qualsiasi sostegno pubblico.

Un esempio aiuta a capire la portata dello strumento. Su un programma da un milione di euro l’impresa riceve 350.000 euro a fondo perduto e 400.000 euro di finanziamento a tasso zero. Il valore effettivo va comunque verificato alla luce dell’equivalente sovvenzione lordo del finanziamento. Se l’intensità complessiva supera i massimali della disciplina sugli aiuti a finalità regionale, Invitalia riduce il contributo in conto impianti. È un calcolo da fare prima della domanda, non dopo.

Chi può partecipare

Possono accedere le PMI regolarmente iscritte e attive nel Registro delle imprese, in contabilità ordinaria e con almeno due bilanci approvati e depositati. Per imprese individuali e società di persone bastano due dichiarazioni dei redditi. Restano fuori le start-up appena costituite e le imprese in difficoltà secondo la definizione del Regolamento GBER.

Il programma deve riguardare attività manifatturiere, cioè l’intera sezione C della classificazione ATECO 2025, oppure specifici servizi alle imprese. Tra questi rientrano programmazione e consulenza informatica, elaborazione dati e hosting, edizione di software, telecomunicazioni, consulenza gestionale, architettura e ingegneria, ricerca e sviluppo, pubblicità e ricerche di mercato, logistica e magazzinaggio, catering su base contrattuale, call center, imballaggio e gestione industriale di rifiuti e reflui.

Il 2026 porta due novità rilevanti. La prima è che il riferimento è ora la classificazione ATECO 2025, e il codice va verificato con attenzione. La seconda è che diventa causa di esclusione il mancato adempimento dell’obbligo di polizza contro le calamità naturali e gli eventi catastrofali previsto dall’art. 1, comma 101, della legge 213/2023. Molte PMI non hanno ancora sistemato questo punto. Conviene farlo adesso.

Quali investimenti sono finanziabili

Il programma deve valere tra 750.000 euro e 5 milioni di euro. Non può comunque superare il 70% del fatturato dell’ultimo bilancio depositato, che per le società di capitali corrisponde alla voce A “Valore della produzione”. Un investimento da un milione richiede quindi un valore della produzione di almeno 1,43 milioni.

Serve un obiettivo preciso. Il programma deve ampliare la capacità produttiva, diversificare la produzione verso prodotti nuovi, cambiare in modo sostanziale il processo produttivo oppure realizzare una nuova unità produttiva. Le spese legate alle tecnologie abilitanti del piano Transizione 4.0 devono essere preponderanti. Parliamo di advanced manufacturing, additive manufacturing, realtà aumentata, simulazione e digital twin, integrazione orizzontale e verticale, IoT, cloud, cybersecurity, big data, intelligenza artificiale e blockchain.

Sono ammissibili macchinari, impianti e attrezzature nuovi di fabbrica, software e licenze collegati a quei beni, e opere murarie entro il 40% del totale. Rientrano anche le certificazioni ambientali (EMAS, ISO 14001, ISO 50001, Ecolabel, EPD) e la consulenza specialistica sulle tecnologie abilitanti, entro il 5% di beni e software. Sono escluse le spese in leasing, i beni usati, terreni e fabbricati, i mezzi di trasporto, la formazione e i titoli di spesa sotto i 500 euro. L’investimento deve partire dopo la presentazione della domanda. Anche un semplice ordine vincolante firmato prima fa perdere l’ammissibilità.

Come si vince: punteggi, graduatoria e “effetto primo giorno”

Qui si gioca la partita vera. Prima dell’istruttoria Invitalia verifica la capacità di rimborso. L’utile più gli ammortamenti dell’ultimo bilancio devono essere almeno pari alla rata annua del finanziamento agevolato. Nell’esempio precedente servono almeno 57.000 euro l’anno.

Poi arriva la valutazione su tre criteri. Il primo riguarda le caratteristiche del soggetto proponente e vale fino a 32 punti, con soglia minima di 12. Misura la copertura delle immobilizzazioni, il rapporto tra MOL e oneri finanziari, l’indipendenza finanziaria e l’incidenza del MOL sul fatturato, come media degli ultimi due esercizi. Il secondo riguarda la qualità della proposta. Pesa la quota di investimenti riconducibili alle tecnologie 4.0 (fino a 28 punti, soglia 14) e il rapporto tra MOL e investimenti ammessi (fino a 20 punti, soglia 4). Il terzo premia la sostenibilità ambientale: economia circolare, risparmio energetico di almeno il 5%, contributo agli obiettivi climatici della Tassonomia UE e certificazioni ambientali, fino a 20 punti. Per superare la valutazione servono almeno 35 punti complessivi. Rating di legalità e certificazione della parità di genere valgono 3 punti ciascuno.

C’è un dettaglio che molti sottovalutano. Tutte le domande presentate nello stesso giorno sono considerate arrivate nello stesso istante. Se le risorse residue non bastano per tutte, entra in gioco una graduatoria costruita solo sul primo e sul terzo criterio, cioè solidità finanziaria e sostenibilità ambientale. Una perizia giurata sul risparmio energetico o sul contributo climatico può quindi decidere se un progetto passa o resta fuori. Va predisposta per tempo, insieme al tecnico abilitato.

Documenti e ruolo del commercialista

La domanda si compila dal 10 settembre e si invia dal 6 ottobre 2026, dalle 10 alle 17 nei giorni lavorativi, tramite l’area personale Invitalia con SPID o CIE. Serve la firma digitale e una PEC registrata al Registro delle imprese. Quest’anno non si allegano preventivi: beni, caratteristiche e costi vanno descritti nel piano d’investimento e saranno verificati sulle fatture in fase di erogazione. La semplificazione è solo apparente. Il piano deve essere tecnicamente solido, perché ogni scostamento tra quanto dichiarato e quanto rendicontato diventa un rischio.

Il documento più delicato è la dichiarazione sui dati contabili. Su quei numeri Invitalia calcola il punteggio del primo criterio e, in caso di graduatoria, la posizione dell’impresa. La dichiarazione va controfirmata dal presidente del collegio sindacale o dal revisore, oppure da un professionista iscritto all’albo dei dottori commercialisti o dei revisori legali. Il professionista attesta anche che le spese sono ragionevoli e conformi ai principi di sana gestione finanziaria. È una responsabilità sostanziale, non una formalità.

Dopo la concessione: rendicontazione e obblighi

Le agevolazioni si erogano in non più di tre stati di avanzamento, ciascuno pari ad almeno il 25% dell’investimento. Si può scegliere tra conto corrente ordinario con fatture quietanzate e conto vincolato presso una banca convenzionata, e la scelta non si può cambiare in corso d’opera. Il 10% finale del contributo arriva solo dopo il controllo sull’effettiva realizzazione del programma. Ogni fattura deve riportare il CUP e la dicitura prevista dal decreto, i pagamenti devono essere tracciabili e serve una codifica contabile separata. I beni vanno mantenuti nella regione per almeno tre anni e i documenti conservati per dieci anni. Il programma va chiuso entro 18 mesi dalla concessione, con una possibile proroga di sei mesi. Chi ha seguito una rendicontazione su fondi europei sa che lì si perdono più agevolazioni che in fase di domanda.

Perché muoversi adesso

Tra la pubblicazione del decreto e l’apertura dello sportello restano pochi giorni. In questo tempo bisogna verificare l’ammissibilità, simulare il punteggio sui bilanci degli ultimi due esercizi, calcolare l’ESL, predisporre piano d’investimento e perizie, e controllare polizza catastrofale, ATECO e DURC. È un lavoro che richiede metodo e competenze insieme finanziarie, fiscali e di rendicontazione pubblica.