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title: "Unimpresa: dazi USA, con le esenzioni l’impatto sulle imprese italiane cala a 6,7–7,5 miliardi"
url: https://giornaledellepmi.it/unimpresa-dazi-usa-con-le-esenzioni-limpatto-sulle-imprese-italiane-cala-a-67-75-miliardi/
author: "Redazione"
published: 2025-07-29T06:50:03+02:00
modified: 2025-07-28T18:36:15+02:00
publisher: "Il Giornale delle PMI"
language: it
sections: ["INTERNAZIONALIZZAZIONE"]
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# Unimpresa: dazi USA, con le esenzioni l’impatto sulle imprese italiane cala a 6,7–7,5 miliardi

*Redazione · 29 Luglio 2025 · Il Giornale delle PMI*

> Il Centro studi dell’associazione. Nel triennio 2025-2027 anni pil cumulato tra il meno 0,15% e il meno 0,4%.

L’impatto dei nuovi dazi al 15% concordati tra Stati Uniti e Unione europea sulle esportazioni italiane potrebbe essere sensibilmente inferiore rispetto alle stime iniziali. Ciò perché alcuni settori chiave, come il farmaceutico, le specialità chimiche e parte dei beni ad alta tecnologia, saranno soggetti a esenzioni totali o parziali. A fronte di un export complessivo verso gli Usa pari a circa 66-70 miliardi di euro, l’esposizione effettiva delle imprese italiane ai dazi si ridurrebbe quindi a una base tra 45 e 50 miliardi di euro. Di conseguenza, il costo diretto stimato per le aziende si attesterebbe in un intervallo compreso tra 6,7 e 7,5 miliardi di euro, rispetto ai quasi 10 miliardi ipotizzati in precedenza.

 

È quanto stima il Centro studi di Unimpresa, dopo l’intesa annunciata ieri tra Usa e Ue che fissa **un dazio generalizzato del 15% sulla maggior parte dei beni europei,** secondo la quale l’impatto risulterà inoltre distribuito in modo disomogeneo, con una maggiore pressione sui settori a bassa elasticità di prezzo e una tenuta maggiore per il Made in Italy di fascia alta. L’export italiano verso gli Usa nel 2024 è stato tra i 66 e i 70 miliardi di euro e, sulla base alle prime stime, l’onere lordo teorico dei dazi avrebbe potuto collocarsi tra i 9,9 e i 10,5 miliardi. Tuttavia, l’effetto effettivo sarà attenuato da esenzioni settoriali, capacità di riassorbimento nei margini e riorganizzazioni produttive che fanno calare l’impatto tra i 6,7 e i 7,5 miliardi.

 

L’impatto macro sull’Italia potrà essere contenuto tra lo 0,15% e lo 0,4% di pil cumulato nel triennio 2025–2027, con una incidenza nel 2025 compresa tra 0,1% e 0,2%. I settori più esposti sono meccanica (27% dell’export verso Usa), chimico-farmaceutico (20%), moda (17%), agroalimentare (12%), trasporti (11%) e beni di lusso (9%), ma le deroghe previste per alcune categorie – come farmaci, semiconduttori e componentistica aeronautica – contribuiranno a limitare i costi.

 

Quanto all’occupazione, i precedenti calcoli su uno scenario al 10% ipotizzavano fino a 118.000 posti a rischio in Italia: oggi, con un quadro più definito e strumenti di compensazione attivabili, il possibile impatto è stimato nell’ordine delle decine di migliaia.

 

«*Il dazio al 15% non è una buona notizia, ma **non è uno shock sistemico**: le imprese italiane dispongono di tempo, strumenti e mercati alternativi per **assorbire e redistribuire** il costo della nuova politica commerciale americana. In termini macro, gli effetti sul **pil italiano appaiono gestibili e probabilmente inferiori a mezzo punto cumulato nel medio periodo**, con una traiettoria che dipenderà dalle **esenzioni finali**, dalla **capacità di riposizionamento settoriale** e dalle **misure di supporto europee e nazionali**. L’accordo è un compromesso che riduce il rischio di guerra commerciale e consente alle imprese italiane di affrontare l’impatto con strumenti e margini di manovra adeguati. La chiarezza normativa, la possibilità di rinegoziare contratti e la diversificazione dei mercati possono facilitare una gestione ordinata della transizione. La priorità, ora, è **tradurre l’accordo politico in norme operative chiare**, velocizzare i canali di diversificazione e **sostenere le pmi** nelle strategie di pricing, hedging e presenza produttiva negli Stati Uniti. In questo modo, l’Italia può **contenere l’impatto** e continuare a presidiare il mercato americano, preservando occupazione e valore aggiunto*» commenta il **vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora**.

 

Secondo quanto si legge nel documento del Centro studi di Unimpresa, l’intesa annunciata ieri, 27 luglio 2025, tra Stati Uniti e Unione europea fissa **un dazio generalizzato del 15% sulla maggior parte dei beni europei** diretti sul mercato americano, evitando l’ipotesi (molto più penalizzante) di tariffe al 30%. Restano **al 50% acciaio e alluminio**, mentre per alcune categorie sono previste **eccezioni o quote** (il perimetro preciso è ancora in via di chiarificazione, per quanto riguarda farmaceutica, semiconduttori e alcune chimiche). L’accordo include impegni europei a **maggiori acquisti di energia, semiconduttori e forniture per la difesa negli** **Usa**, oltre a **investimenti nell’economia americana (600** **miliardi** **di dollari)**. È dunque un compromesso che dà **certezza regolatoria** e ridimensiona il rischio di guerra commerciale, pur imponendo un costo non trascurabile alle imprese esportatrici europee e italiane.

 

## **Quanto vale l’esposizione italiana**

 

Nel 2024 l’export italiano verso gli Stati Uniti è stato **fra 66 e 70 miliardi di euro** (70,2 miliardi di dollari). Assumendo come base **66‑70 miliardi di euro**, un dazio “piatto” del 15% implicherebbe **un onere lordo teorico di 9,9‑10,5 miliardi di euro**. Questa è però una **stima di primo giro**: va ridotta in funzione delle **esenzioni settoriali** che il testo finale del deal elencherà, della **capacità delle imprese di assorbire una quota del dazio nei margini**, del **potere di prezzo nelle nicchie premium** e dell’eventuale **parziale rilocalizzazione produttiva negli Usa** (greenfield, M&A, contratti di subfornitura locale) per mitigare l’effetto tariffario.

 

## **Lettura prudente dell’impatto macro**

 

Le valutazioni del Centro studi di Unimpresa realizzate prima dell’accordo, formulate sullo **scenario “hard” al 30%**, stimavano un impatto fino a **‑0,8% di pil nel 2027**. Con un’aliquota **dimezzata al 15%** e con carve‑out settoriali in via di definizione, **il danno macro per l’Italia può essere ragionevolmente ridimensionato a un ordine di grandezza compreso tra ‑0,15% e ‑0,4% di PIL cumulato nel triennio 2025‑2027**, con effetti concentrati sui settori più price‑sensitive e sulle filiere a maggior contenuto di componentistica importata dall’Ue e riesportata negli Usa. Una stima prudente per il **2025** vede un impatto **nell’ordine di uno‑due decimi di punto di pil** (0,1‑0,2%), suscettibile di essere **assorbito** da politiche di diversificazione e dai normali cicli di rinnovo degli ordini.

 

## **Settori: chi è più esposto e perché l’effetto sarà eterogeneo**

 

La struttura merceologica dell’export italiano verso gli Usa è concentrata in pochi grandi comparti. Utilizzando come benchmark 66‑70 miliardi di euro complessivi, le quote e i possibili “dazi teorici” (prima di esenzioni e aggiustamenti) sono le seguenti: **meccanica e macchinari 27% (18 miliardi di euro, dazio teorico 2,7 miliardi)**;**chimico‑farmaceutico 20% (13 miliardi di euro, 2,0 miliardi)**; **moda‑pelle 17% (11 miliardi di euro, 1,65 miliardi)**;**agroalimentare e bevande 12% (8 miliardi di euro, 1,2 miliardi)**; **trasporti 11% (7 miliardi di euro, 1,05 miliardi)**;**occhialeria, gioielli, arredamento 9% (6 miliardi di euro, 0,9 miliardi)**. La **copertura effettiva** del 15% su ciascuna categoria dipenderà dal testo attuativo: le prime ricostruzioni giornalistiche indicano **accise confermate su auto**, possibile **esclusione o trattamento speciale per alcune chimiche, semiconduttori e parti aeronautiche**, e **tetto al 50% su acciaio/alluminio** che resta invariato. Per l’agroalimentare, l’esperienza dei contenziosi passati (es. Airbus‑Boeing) suggerisce che **liste di prodotti specifiche** possono limitare l’esposizione su singole DOP/IGP.

 

## **Occupazione e catene del valore: perché i numeri vanno letti con cautela**

 

Prima dell’accordo, per un **dazio al 10%** era stato stimato un rischio fino a **20 miliardi di export e consequenziale perdita di 118.000 posti di lavoro**. Un semplice “pro‑rata” al 15% porterebbe a numeri più alti, ma sarebbe **impreciso** applicarlo meccanicamente: il **profilo di esenzioni**, la **maggiore prevedibilità del quadro regolatorio**, la **possibilità di ri‑prezzare contratti pluriennali**, la **copertura con hedging valutari** e la **delocalizzazione parziale negli Usa** ridurranno l’impatto lordo iniziale. È più realistico parlare, oggi, di **un ordine di grandezza occupazionale nell’intorno delle centinaia di migliaia per l’intera Ue** e di **decine di migliaia per l’Italia**, con traiettoria dipendente dalla durata del regime tariffario e dalla risposta di politica industriale europea.

 

## **Perché il messaggio alle imprese (e ai mercati) può essere rassicurante**

 

Tre elementi giocano in favore di una **gestione ordinata** dell’impatto. Primo, **certezza delle regole**: un’aliquota nota (15%) è gestibile meglio di una minaccia mobile al 30%, consentendo di rinegoziare listini e contratti di fornitura e acquisti. Secondo, **diversificazione geografica**: il sistema produttivo italiano ha già dimostrato, in passato, di saper **ri‑indirizzare parte dell’export verso Asia, America Latina, Africa e Medio Oriente**, preservando volumi e valore aggiunto. Terzo, **strumenti europei e nazionali di mitigazione**: credito all’export (SACE), garanzie per investimenti produttivi negli USA e **politiche fiscali mirate per le PMI** possono attenuare l’onda d’urto iniziale. Infine, **carve‑out e quote** in alcuni settori strategici (chimico‑farmaceutico, semiconduttori, componentistica aeronautica) limiteranno ulteriormente l’impatto effettivo sul valore esportato.

 

## **L’impatto finale da 7,5 miliardi**

 

Alla luce delle prime anticipazioni sull’accordo tra Stati Uniti e Unione europea, è ragionevole ipotizzare che una quota rilevante dell’export italiano verso il mercato americano possa beneficiare di esenzioni totali o parziali dai nuovi dazi. In particolare, settori strategici come il farmaceutico, alcune specialità chimiche, i prodotti aerospaziali e parti dei beni ad alta tecnologia potrebbero essere esclusi o soggetti a regimi tariffari ridotti, grazie a carve-out tecnici inseriti nel testo dell’intesa. Considerando che il comparto chimico-farmaceutico vale circa 13 miliardi di euro e che una parte significativa di questo valore potrebbe restare fuori dal perimetro dei dazi, è plausibile stimare che l’esposizione effettiva dell’Italia al nuovo regime tariffario si attesti su un ammontare compreso tra 45 e 50 miliardi di euro, rispetto ai circa 66-70 miliardi complessivi dell’export. Applicando a questa base un’aliquota del 15%, il costo diretto per le imprese italiane si collocherebbe dunque in un intervallo compreso tra i 6,7 e i 7,5 miliardi di euro, inferiore rispetto alla stima lorda iniziale (9,9-10,5 miliardi) e comunque distribuito in modo eterogeneo tra settori e filiere produttive. Tale valutazione, pur prudenziale, consente di ridimensionare i timori iniziali e di leggere con maggiore equilibrio l’impatto reale dell’accordo sul tessuto economico nazionale.

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Fonte: [Unimpresa: dazi USA, con le esenzioni l’impatto sulle imprese italiane cala a 6,7–7,5 miliardi](https://giornaledellepmi.it/unimpresa-dazi-usa-con-le-esenzioni-limpatto-sulle-imprese-italiane-cala-a-67-75-miliardi/), Il Giornale delle PMI.
