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title: "Non è una pagella. Il colloquio di valutazione è un atto di leadership"
url: https://giornaledellepmi.it/non-e-una-pagella-il-colloquio-di-valutazione-e-un-atto-di-leadership/
author: "Cristina Melchiorri"
published: 2026-02-03T07:05:00+01:00
modified: 2026-02-02T19:05:13+01:00
publisher: "Il Giornale delle PMI"
language: it
sections: ["CRESCIMPRESA"]
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# Non è una pagella. Il colloquio di valutazione è un atto di leadership

*Cristina Melchiorri · 3 Febbraio 2026 · Il Giornale delle PMI*

A inizio anno è prassi nelle aziende svolgere i colloqui di valutazione fra capo e collaboratore su come è andata l’anno scorso e gli obiettivi di quest’anno. Ma non sono una formalità.

 

Sergio Marchionne convocava spesso i manager uno alla volta. Entrava nel merito dei numeri, certo, ma poi arrivava sempre a una domanda che spiazzava:*“**Se* *questo fosse un tuo business personale, rifaresti le stesse scelte?”*

 

Non era una provocazione. Era il suo modo di verificare allineamento, responsabilità e visione. Chi usciva da quei colloqui raccontava di averli trovati duri, ma chiarissimi. Nessuna ambiguità su aspettative e traiettoria futura.

 

Anche Jack Welch, alla guida di General Electric, aveva un approccio simile, più strutturato. Welch passava circa **il 40% del suo tempo** in conversazioni dirette con i collaboratori chiave. Credeva talmente nel feedback costante fra capo e collaboratore che lo definiva *“la colazione dei campioni”*.  
 I suoi colloqui non erano appuntamenti di fine anno, ma momenti continui di confronto capo e collaboratore su risultati, comportamenti e potenziale futuro.

 

Due leader molto diversi, un tratto comune: nessuno dei due considerava il colloquio di valutazione una formalità.

 

Nelle nostre PMI è spesso il momento più evitato.

 

I colloqui di valutazione arrivano quasi sempre tra gennaio e febbraio. È il momento in cui si chiude l’anno precedente e si prova a dare una direzione a quello nuovo.

 

Eppure, secondo diverse ricerche europee sul clima organizzativo, **oltre il 60% dei collaboratori afferma di non avere obiettivi chiari dopo il colloquio di valutazione**, e quasi **1 su 2 non riceve** **feedback** **strutturati durante l’anno**. Tradotto: i colloqui di valutazione si fanno, ma spesso non lasciano traccia o ne lasciano una pessima.

 

Si entra in ufficio con buone intenzioni, si parla di tante cose, si evita qualche tema delicato e si esce con una sensazione vaga di “ok, ci siamo detti tutto”. Peccato che, a marzo, nessuno ricordi più cosa era stato deciso.

 

Oppure c’è una scheda già predisposta dalla direzione del personale e diventa un tira e molla tecnico sulle percentuali dei risultati raggiunti o non raggiunti l’anno scorso, “per colpa del mercato”.

 

## **La chiave** **non è di** **quali** **performance** **parlare****. È come farlo**

 

Un colloquio di valutazione efficace non è una pagella né una seduta motivazionale.

 

È una **conversazione di allineamento strategico**.

 

Funziona solo se tiene insieme due dimensioni: la chiarezza sugli obiettivi e la qualità della relazione. Quando manca una delle due, il colloquio si svuota. Diventa freddo e difensivo. Oppure piacevole ma inutile.

 

## **KPI 2026: numeri, sì. Ma anche comportamenti**

 

I primi di febbraio quasi tutte le PMI hanno già in mente i numeri del nuovo anno: fatturato, margini, volumi, clienti da acquisire. Sono i classici **KPI quantitativi**, indispensabili per guidare l’azienda.

 

La criticità nasce quando il colloquio si ferma lì.

 

Perché senza **KPI qualitativi**, succedono due cose: chi raggiunge i numeri viene premiato anche se lavora male con gli altri. Chi tiene in piedi processi, relazioni e continuità viene sottovalutato perché “non fa fatturato diretto”.

 

Un buon colloquio di valutazione dovrebbe rendere espliciti entrambi i piani: i KPI quantitativi:  
 cosa abbiamo ottenuto lo scorso anno e cosa raggiungere nel 2026, con quali risultati misurabili, entro quando. E KPI qualitativi: come lavori, come collabori con gli altri, come gestisci le priorità, quanto sei affidabile, quanto sei autonomo.

 

Non sono “soft skill astratte”. Sono **fattori che incidono direttamente sui risultati** **della perso****n****a****,** **del team****, dell’azienda**.

 

Nonostante l’esperienza di molti colloqui fatti in passato, si rischia di scivolare su

 

**5** **bucce di banana****:**

 

1. Trasformare il colloquio in una pagella. Quando qualcuno si sente giudicato, smette di riflettere e si difende.
2. Parlare solo di attività. Essere sempre occupati non significa essere efficaci. Senza distinguere tra attività e risultati, il confronto resta superficiale.
3. Evitare i temi scomodi per non rovinare il clima. In realtà, sono proprio le insoddisfazioni non dichiarate a logorare il clima nel profondo.
4. Lasciare che il colloquio diventi uno sfogo emotivo. L’ascolto è fondamentale, ma senza una sintesi si esce più confusi di prima.
5. Chiudere senza decisioni. Un colloquio senza impegni concreti — da entrambe le parti — sui numeri, la fattibilità e il comportamento atteso durante il lavoro è destinato a essere dimenticato entro poche settimane.

 

## **Alla fine, resta una sola vera misura**

 

Nelle PMI il rapporto capo–collaboratore è diretto, quotidiano, umano, prima ancora che basato sui numeri. Proprio per questo, il colloquio di valutazione ha un peso enorme: può rafforzare fiducia e responsabilità oppure incrinarle silenziosamente.

 

Questo non è solo il momento per fissare obiettivi e KPI che finiscono in un foglio Excel.

 

È il momento che decide **che tipo di relazione vogliamo costruire** **in azienda** **mentre li realizziamo.**

 

> **La frase su cui riflettere**
> 
>  
> 
> *“Gli altri dimenticheranno quello che hai detto.* *Dimenticheranno anche quello che hai fatto.* *Ma non dimenticheranno mai come li hai fatti sentire”,* Maya Angelou.

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Fonte: [Non è una pagella. Il colloquio di valutazione è un atto di leadership](https://giornaledellepmi.it/non-e-una-pagella-il-colloquio-di-valutazione-e-un-atto-di-leadership/), Il Giornale delle PMI.
