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title: "«Disintermediare stanca»: perché senza corpi intermedi cittadini e lavoratori sono più soli"
url: https://giornaledellepmi.it/disintermediare-stanca-perche-senza-corpi-intermedi-cittadini-e-lavoratori-sono-piu-soli/
author: "Dario Vascellaro"
published: 2026-10-19T07:05:28+02:00
modified: 2026-10-17T18:22:23+02:00
publisher: "Il Giornale delle PMI"
language: it
sections: ["In Evidenza", "INTERVISTE"]
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# «Disintermediare stanca»: perché senza corpi intermedi cittadini e lavoratori sono più soli

*Dario Vascellaro · 19 Ottobre 2026 · Il Giornale delle PMI*

> Francesco Seghezzi, presidente di ADAPT, analizza la crisi della rappresentanza tra populismo, trasformazioni del lavoro e intelligenza artificiale: «Le funzioni di intermediazione non scompaiono. La questione è chi le svolgerà e con quale legittimazione».

Per oltre trent’anni la disintermediazione è stata presentata come una promessa di libertà: meno organizzazioni tra cittadini e politica, meno strutture tra lavoratori e imprese, rapporti più diretti, veloci e trasparenti. Ma eliminare gli intermediari non significa necessariamente riequilibrare i rapporti di forza. Anzi, spesso accade il contrario: il singolo cittadino, lavoratore o consumatore si ritrova a confrontarsi da solo con organizzazioni, piattaforme e sistemi molto più forti di lui.

 

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È da questo paradosso che parte *Disintermediare stanca*, il saggio di Francesco Seghezzi, presidente di ADAPT, dedicato alla crisi dei corpi intermedi e alle conseguenze che il loro indebolimento può avere non soltanto sulle relazioni industriali, ma sulla stessa qualità della democrazia. Per Seghezzi il bisogno di rappresentanza non è scomparso: sono cambiate le forme attraverso cui cittadini, lavoratori e imprese cercano di aggregare interessi, ottenere protezione e incidere sulle decisioni che li riguardano.

 

Una questione che diventa ancora più urgente di fronte all’intelligenza artificiale. Se l’automazione industriale aveva investito soprattutto il lavoro operaio, l’IA generativa entra oggi anche nelle professioni cognitive e mette in discussione mansioni, competenze, sistemi di valutazione e distribuzione dei guadagni di produttività. In questo scenario sindacati, associazioni datoriali, enti bilaterali e fondi interprofessionali possono tornare a essere decisivi, sostiene Seghezzi, ma solo a una condizione: non difendere l’intermediazione come rendita di posizione, bensì dimostrare concretamente la propria utilità nel governare il cambiamento.

 

**Il titolo del suo saggio fa il verso a Pavese,** ***Lavorare stanca*****. Dopo trent’anni di promesse di rapporto diretto tra cittadini e politica, tra lavoratori e impresa, chi si è stancato della disintermediazione?**

 

Si sono stancate soprattutto le persone. La promessa della disintermediazione era molto potente: eliminare organizzazioni percepite come lente, burocratiche, autoreferenziali e consentire alle persone di avere un rapporto diretto con la politica, con l’impresa, con il mercato. Il problema è che quel rapporto diretto le ha spesso lasciate più sole e non necessariamente più libere. Il lavoratore che tratta individualmente con una grande organizzazione, il consumatore che si confronta con una piattaforma, il cittadino che pensa di avere un rapporto diretto con il leader politico sono formalmente disintermediati, ma il rapporto di potere resta fortemente asimmetrico. Il punto del libro è proprio questo: gli intermediari possono essere inefficienti e possono entrare in crisi, ma le funzioni di intermediazione non scompaiono. Se vengono meno le organizzazioni collettive, spesso quello spazio viene occupato da altri soggetti, molto più forti dei singoli.

 

**Il 6 settembre l’AfD ha preso il 43,8 per cento in Sassonia-Anhalt e, secondo l’exit poll Infratest dimap per la ARD, il 61 per cento del voto operaio. La Germania non è tra i cinque Paesi che lei ha studiato nel libro: lo schema che descrive vale anche lì? Che cosa lega quel voto alla crisi dei sindacati e dei partiti tradizionali?**

 

Credo che lo schema valga, pur con tutte le specificità tedesche anche legate alla sua storia degli ultimi 40 anni. Sarebbe semplicistico dire che il lavoratore che non si sente più rappresentato dal sindacato vota automaticamente AfD. Non funziona così. Ma vediamo un processo più ampio nel quale parti importanti del lavoro dipendente, soprattutto nei territori industriali e periferici, non riconoscono più nelle tradizionali istituzioni della rappresentanza i soggetti capaci di interpretare la loro condizione.

 

Il voto diventa allora anche una domanda di rappresentanza. Una domanda che può riguardare salari e sicurezza economica, ma anche immigrazione, identità, riconoscimento sociale, rapporto tra centro e periferia. Uno degli errori commessi per anni è stato pensare che il voto populista o radicale fosse spiegabile soltanto attraverso categorie culturali, oppure soltanto attraverso categorie economiche. Le due dimensioni si intrecciano. Quando le organizzazioni che storicamente tenevano insieme queste domande si indeboliscono, altri soggetti politici possono occuparne lo spazio.

 

**Nel libro ricorda che nei Paesi industrializzati il tasso medio di sindacalizzazione è sceso dal 36,5 per cento degli anni Ottanta al 20,9 per cento del 2020. Eppure sostiene che la crisi della rappresentanza non coincide con la fine del bisogno di essere rappresentati. Dove lo vede, oggi, quel bisogno?**

 

Lo vedo proprio nella continua ricerca di soggetti ai quali affidare interessi che individualmente non riusciamo a tutelare. Lo vediamo nella politica, nelle mobilitazioni territoriali, nelle associazioni professionali, nelle comunità online e anche in molte nuove forme di organizzazione del lavoro.

 

Il paradosso è che abbiamo meno appartenenza stabile alle organizzazioni tradizionali ma non per questo meno bisogno di azione collettiva. Cambiano le forme, spesso diventano più intermittenti e legate a singoli problemi. Una persona può non iscriversi a un sindacato e nello stesso tempo cercare rappresentanza quando deve negoziare il proprio orario, quando teme di perdere il lavoro o quando una tecnologia modifica radicalmente la sua mansione.

 

Per questo non penso che la domanda corretta sia se i corpi intermedi sopravviveranno. La domanda è chi svolgerà in futuro quelle funzioni e con quale legittimazione.

 

**Il caso polacco è il più scomodo. Il PiS ha ridotto gli spazi della società civile e del controllo sul potere, ma ha fatto politiche economiche e sociali vicine a ciò che buona parte del sindacato chiedeva. Se il populismo porta risultati concreti ai lavoratori, che argomento resta alla rappresentanza collettiva?**

 

È proprio questo uno dei nodi del libro. La rappresentanza non può rivendicare la propria legittimità semplicemente sulla base della propria storia. Se un governo non solo promette ma aumenta salari o protezioni sociali, è comprensibile che una parte dei lavoratori giudichi quelle politiche sulla base dei risultati.

 

Ma la rappresentanza collettiva svolge una funzione diversa e non serve soltanto a ottenere una misura favorevole. Serve a dare ai soggetti sociali capacità autonoma di organizzarsi, di formulare interessi e di partecipare alla loro definizione nel tempo, perché una politica pubblica può coincidere oggi con ciò che chiedono i lavoratori e non coincidere domani, come è proprio accaduto in Polonia.

 

Il punto quindi non è contrapporre il risultato concreto alle istituzioni della rappresentanza ma capire se il lavoratore resta un soggetto capace di organizzarsi o diventa semplicemente destinatario di decisioni, per quanto favorevoli. È una differenza che considero essenziale.

 

**5. Lei non assolve il sindacato: nel libro riconosce che scandali e una certa tendenza a difendere sé stesso hanno dato argomenti alla narrazione populista. Che cosa dovrebbero smettere di fare i corpi intermedi, sindacati e associazioni datoriali insieme, per tornare credibili?**

 

Dovrebbero smettere soprattutto di pensare che la rappresentanza sia una rendita di posizione perché nessuno è rappresentativo per definizione e nessuna organizzazione può vivere soltanto grazie al riconoscimento istituzionale accumulato nel passato.

 

Questo vale per i sindacati e vale per le associazioni datoriali. Se la struttura dell’economia cambia, cambiano le imprese, cambiano le professioni e cambiano le aspettative delle persone, anche le organizzazioni devono modificare profondamente il modo in cui rappresentano.

 

E credo debbano evitare un altro rischio: confondere la tutela della propria organizzazione con la tutela degli interessi che sono nate per rappresentare. Quando questa distanza diventa troppo ampia le persone se ne accorgono. La credibilità si recupera tornando a produrre utilità concreta: conoscenza, negoziazione, servizi, protezione, formazione e capacità di stare nei luoghi dove vengono prese le decisioni.

 

**Nel 2017 lei ha pubblicato** ***La nuova grande trasformazione*****, una lettura di Industria 4.0 con le categorie di Karl Polanyi. L’intelligenza artificiale generativa è un capitolo di quella stessa trasformazione o ne apre un’altra? Che cosa cambia rispetto all’automazione che le imprese conoscono già?**

 

Non la considero una nuova fase della stessa grande trasformazione, ci sono caratteristiche abbastanza forti da produrre una discontinuità vera. Industria 4.0 interveniva soprattutto sulla connessione tra macchine, dati e processi produttivi. L’intelligenza artificiale generativa entra invece direttamente in attività cognitive che fino a pochi anni fa consideravamo difficilmente automatizzabili.

 

La differenza non riguarda soltanto quanti posti di lavoro potranno essere sostituiti, questione sulla quale credo serva molta prudenza. Cambia il contenuto del lavoro e dei processi cognitivi perché un sistema di IA può preparare un documento, analizzare informazioni, scrivere codice, proporre una decisione o organizzare una parte del processo lavorativo, quindi il grado di automazione può essere crescente, pensiamo solo alla dimensione agentica.

 

Per questo il tema centrale sarà probabilmente meno la sostituzione dell’uomo e più la ridefinizione della divisione del lavoro tra persona, tecnologia e organizzazione. Ed è proprio qui che si giocheranno autonomia, competenze, salari e qualità del lavoro.

 

**Nel libro richiama le ricerche che collegano automazione, insicurezza economica e consenso populista, insieme alla percezione che la tecnologia sia governata da pochi, vicini alle stesse élite contestate in politica. In Polanyi la società risponde alla mercificazione del lavoro con un contromovimento. Si può leggere il populismo come il contromovimento di questi anni? E l’IA rischia di alimentarlo?**

 

Userei questa categoria con cautela, ma sicuramente in parte è così. Il populismo può certamente intercettare una domanda di protezione che nasce dalle trasformazioni economiche e sociali, e in questo senso presenta alcuni tratti di ciò che Polanyi chiamava contromovimento. Ma non è l’unica possibile risposta e soprattutto non è un fenomeno esclusivamente economico.

 

L’intelligenza artificiale può accentuare questa dinamica se viene percepita come qualcosa che accade alle persone e non con le persone. Se un lavoratore vede cambiare la propria attività, i criteri con cui viene valutato o persino le proprie prospettive occupazionali attraverso sistemi che non comprende e sui quali non può incidere, è plausibile che aumenti la domanda di protezione.

 

La questione politica sarà quindi anche chi governa la trasformazione tecnologica. Lasciarla alla sola relazione individuale tra lavoratore e impresa rischia di aumentare ulteriormente le asimmetrie.

 

**8. Finora l’automazione ha colpito soprattutto il lavoro operaio, che in diversi Paesi si sta spostando verso i partiti populisti. L’IA generativa tocca invece il lavoro della conoscenza, compresi quei professionisti socioculturali che, come ricorda nel libro, sono una parte crescente degli iscritti al sindacato. Che cosa succede alla rappresentanza se anche questo mondo si sente scavalcato?**

 

Potrebbe accadere qualcosa di interessante, perché l’intelligenza artificiale mette in discussione una separazione sulla quale abbiamo ragionato per molto tempo: quella tra lavoratori esposti all’automazione e lavoratori che, grazie alle proprie competenze, si consideravano relativamente protetti. Oggi anche un avvocato, un giornalista, un ricercatore, un consulente o un programmatore si chiede quale parte del proprio lavoro potrà essere svolta da una macchina e soprattutto chi deciderà come quella macchina verrà utilizzata.

 

Questo può produrre insicurezza, ma potrebbe anche riaprire uno spazio per la rappresentanza collettiva in settori nei quali è storicamente più debole. A condizione che il sindacato non si limiti a difendere il lavoro esistente. Deve riuscire a discutere organizzazione, professionalità, accesso ai dati, formazione, sistemi di valutazione e distribuzione dei guadagni di produttività. Allo stesso tempo dovremmo interrogarci anche su cosa succederà per quei lavori che, anche in questa tornata, non saranno automatizzati come il lavoro di cura e tutto ciò che richiede relazione e prossimità.

 

**Nelle ricerche ADAPT sulla contrattazione collettiva avete cominciato a seguire come l’IA entra negli accordi. Che cosa mostrano i contratti firmati in Italia: l’IA è già materia di negoziazione o resta una decisione unilaterale dell’impresa?**

 

Siamo ancora in una fase iniziale, ma qualcosa si sta muovendo. La contrattazione italiana non ha ancora sviluppato un modello consolidato di governo dell’intelligenza artificiale ma iniziano a comparire accordi nei quali il sindacato entra nel processo prima che la tecnologia produca tutti i suoi effetti, anche se siamo ancora spesso fermi a dichiarazioni di intenti.

 

Abbiamo visto, per esempio, accordi nel settore assicurativo e del credito che introducono principi sull’utilizzo dell’IA, procedure di informazione e confronto e, in alcuni casi, forme di partecipazione alla valutazione dei rischi dei sistemi algoritmici. Sono esperienze ancora limitate, ma interessanti proprio perché spostano la questione dalla semplice tutela ex post alla partecipazione al cambiamento.

 

Il vero salto avverrà quando la contrattazione inizierà a discutere sistematicamente come cambiano mansioni, competenze, classificazioni professionali, produttività e criteri di valutazione. È lì che l’IA diventa davvero materia di relazioni industriali.

 

**In una piccola impresa il rapporto tra titolare e dipendenti è diretto per definizione, e spesso manca una rappresentanza sindacale interna. Le PMI sono il modello disintermediato per eccellenza: che cosa guadagnano e che cosa rischiano quando arriva una trasformazione come l’IA?**

 

La prossimità è un grande vantaggio delle piccole imprese perché il titolare conosce direttamente le persone, spesso conosce molto bene anche il lavoro concreto e può prendere decisioni più rapidamente di una grande organizzazione.

 

Ma questa prossimità non elimina il bisogno di intermediazione. Con l’intelligenza artificiale emergono problemi che una singola impresa può avere difficoltà ad affrontare: scelta delle tecnologie, formazione, protezione dei dati, organizzazione del lavoro, valutazione delle competenze, responsabilità giuridiche.

 

Il rischio è quindi duplice. Le PMI possono rimanere indietro oppure adottare strumenti disponibili sul mercato senza avere sufficiente capacità per valutarne conseguenze e qualità, e sappiamo che la crisi dell’offerta di lavoro rende i lavoratori più esposti alla concorrenza tra imprese che proporranno a loro lavori nuovi molto più spesso.

 

Proprio per questo associazioni datoriali, enti bilaterali e sistemi territoriali possono diventare molto utili. In una PMI l’intermediazione non deve necessariamente essere interna all’azienda: può essere costruita a livello territoriale o settoriale.

 

**11. Nel libro lei riprende la teoria dello spillover di Carole Pateman: la democrazia si impara anche sul luogo di lavoro. La legge 76 del 2025 sulla partecipazione dei lavoratori prevede che le imprese sotto i 35 dipendenti possano favorire forme di partecipazione organizzativa, anche attraverso gli enti bilaterali. In un’azienda di venti persone, che forma concreta può prendere?**

 

Non immagino necessariamente organismi molto formalizzati. In una piccola impresa la partecipazione può partire da problemi molto concreti.

 

Si può costruire, per esempio, un momento periodico nel quale titolare e lavoratori discutono come una nuova tecnologia sta modificando attività e competenze. Si possono individuare insieme i fabbisogni formativi oppure coinvolgere i lavoratori nella riprogettazione di un processo produttivo. Si possono costruire piccoli gruppi di lavoro sull’organizzazione, sulla sicurezza o sul welfare.

 

La legge 76/2025 è interessante proprio perché riconosce che nelle imprese sotto i 35 dipendenti queste forme possono essere sostenute anche dagli enti bilaterali. Questo consente di non imporre alla piccola impresa un modello costruito sulla grande azienda. La partecipazione funziona se è proporzionata alla realtà organizzativa, non se diventa un ulteriore adempimento.

 

**12. Secondo l’Istat, nel 2025 usava almeno una tecnologia di IA il 53,1 per cento delle grandi imprese e il 15,7 per cento delle PMI tra 10 e 249 addetti. Un anno prima la distanza era di circa 25 punti, nel 2025 ha superato i 37. Associazioni di categoria, enti bilaterali e fondi interprofessionali possono colmare questo divario, o è proprio qui che si vede la loro crisi?**

 

Quel dato è forse uno dei più interessanti perché mostra che l’IA può aumentare il divario dimensionale invece di ridurlo. Istat segnala inoltre che, tra le imprese che hanno preso in considerazione l’IA senza poi adottarla, l’ostacolo più citato è la mancanza di competenze.

 

È esattamente il terreno sul quale l’intermediazione può dimostrare la propria utilità perché una piccola impresa non può avere internamente tutte le competenze necessarie. Un’associazione datoriale può aggregare domanda, costruire servizi comuni, selezionare fornitori, produrre conoscenza e accompagnare gli investimenti; così come i fondi interprofessionali possono sostenere la formazione.

 

Se questi soggetti si limitano a gestire procedure, la trasformazione tecnologica li renderà meno rilevanti. Se aggregano capacità che la singola impresa non può costruire da sola, accade il contrario.

 

**In Sassonia-Anhalt, sempre secondo l’exit poll Infratest dimap, l’AfD ha avuto la maggioranza assoluta anche tra i lavoratori autonomi. La crisi della rappresentanza riguarda anche chi fa impresa? Che cosa dovrebbe chiedere oggi un piccolo imprenditore alla propria associazione?**

 

Sì, ed è un aspetto meno discusso. La disintermediazione non riguarda solo il lavoro dipendente, anche molti imprenditori, soprattutto piccoli, percepiscono le organizzazioni di rappresentanza come lontane oppure troppo concentrate sulla gestione istituzionale.

 

A mio parere un piccolo imprenditore dovrebbe chiedere alla propria associazione innanzitutto ciò che non è in grado di produrre da solo: conoscenza. Capire che cosa sta accadendo nel mercato, quali tecnologie utilizzare, quali competenze serviranno, quali conseguenze avranno le nuove norme, come costruire percorsi di formazione.

 

Poi dovrebbe chiedere capacità di aggregazione. Molti problemi delle PMI non possono essere risolti individualmente, dalla formazione alla ricerca di personale fino al welfare e all’innovazione.

 

Una associazione è utile se aumenta la capacità di azione della singola impresa. Se è soltanto un livello ulteriore tra l’impresa e le istituzioni, la domanda sulla sua utilità diventa inevitabile.

 

**Nel capitolo conclusivo lei parla di intermediazione funzionale. Se dovesse spiegarla a un imprenditore con quaranta dipendenti che sta portando l’IA in azienda, da quale scelta concreta gli direbbe di partire?**

 

Gli direi di non partire dalla tecnologia ma dal lavoro.

 

Prima di acquistare uno strumento di intelligenza artificiale cercherei di capire insieme alle persone quali attività svolgono realmente, quali sono ripetitive, dove si perde tempo, quali richiedono competenze che oggi mancano e quali invece generano valore proprio perché affidate alla persona. Poi coinvolgerei chi lavora in quel processo nella scelta e nella sperimentazione della tecnologia. Non perché ogni decisione debba essere presa collettivamente, ma perché chi svolge un lavoro possiede conoscenze che difficilmente emergono guardando soltanto ai processi dall’alto.

 

Per me intermediazione funzionale significa questo: organizzazioni e relazioni che esistono perché aumentano concretamente la capacità dei soggetti di comprendere e governare il cambiamento. Non difendere l’intermediazione in quanto tale, quindi, ma dimostrare ogni volta a che cosa serve.

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Fonte: [«Disintermediare stanca»: perché senza corpi intermedi cittadini e lavoratori sono più soli](https://giornaledellepmi.it/disintermediare-stanca-perche-senza-corpi-intermedi-cittadini-e-lavoratori-sono-piu-soli/), Il Giornale delle PMI.
